Paul Seixas al Tour de France sì o no? Il dibattito è già aperto. Alcuni giornalisti vorrebbero vederlo subito alla Grande Boucle, perché certi momenti non tornano e perché Seixas non è più soltanto una promessa. Dall’altra parte c’è Sean Kelly, e quando parla Sean Kelly conviene fermarsi un attimo. Non stiamo parlando di un commentatore qualunque: Kelly è uno dei corridori più completi della storia del ciclismo, secondo nel ranking all-time di ProCyclingStats dietro solo a Eddy Merckx, davanti a Francesco Moser, e sesto nella classifica delle vittorie totali con 159 successi. Il suo è il punto di vista di uno che ha conosciuto la differenza tra esplodere e costruire una carriera.
Kelly dice no al Tour, almeno per quest’anno. O meglio: dice che a 19 anni Seixas sta già facendo molto, che la sua crescita sta già mettendo su di lui una pressione enorme e che a un certo punto bisogna anche saper tirare il freno. Il suo ragionamento è comprensibile. Seixas è francese, e questo cambia tutto. Sarebbe immediatamente il ragazzo su cui proiettare un’attesa nazionale. La Francia lo divorerebbe.
Ma Seixas è già dentro la pressione. Ha vinto la Freccia Vallone, diventando il più giovane vincitore della storia della corsa, e alla Liegi-Bastogne-Liegi è stato l’unico capace di seguire Pogačar sulla Redoute, prima di chiudere secondo davanti a un mostro sacro come Remco Evenepoel. Il Tour è un’altra cosa, è vero, però non possiamo nemmeno fingere che Seixas sia ancora soltanto un giovane talento da accompagnare con prudenza. Quello che ha fatto finora varrebbe già una carriera eccellente.
Il Tour de France come investimento
Per questo, forse, la vera domanda non è se debba andare al Tour, ma come verrebbe gestito al Tour. Se la squadra lo porta per chiedergli risultati, classifica, podio, maglia bianca, tappe, allora Kelly ha ragione: sarebbe un errore. Sarebbe trasformare un’esperienza in un tribunale. Ma se la squadra lo porta per fargli vivere il Tour da dentro, per imparare le dinamiche di tre settimane, per capire il peso dei trasferimenti, della stampa, dei giorni no, delle cadute sfiorate, allora il Tour può diventare un investimento.
Seixas non dovrebbe andare al Tour per dimostrare qualcosa. Dovrebbe andarci per raccogliere bagaglio. Per correre in difesa. Per stare coperto, ascoltare, osservare, e magari provarci un giorno solo, quando la corsa glielo permette.
Sean Kelly va ascoltato, perché sa di cosa parla. Ma proteggere un corridore non significa necessariamente tenerlo lontano dal Tour. A volte significa portarlo nel posto più difficile con le aspettative giuste, con una squadra capace di fare muro intorno a lui.
E quindi molto ruota intorno a un aspetto più pratico, meno romantico ma inevitabile: il contratto. Il presente di Seixas dipende anche da cosa farà nel 2027, perché una squadra investe fino in fondo su un corridore se sente di avere una certezza sul suo futuro. Se invece un talento è in odore di cambiare casacca, la tentazione può diventare quella di sfruttare il momento finché è possibile. Perché il talento, ormai, non è più in discussione. La domanda è se Decathlon saprà – e vorrà – gestirlo.





































