Con tutti i ribaltoni in classifica degli ultimi giorni, e nonostante la vittoria di tappa di oggi, per noi italiani resta un retrogusto amaro. Amaro per le cadute e gli acciacchi di Ciccone e un Tiberi non lì davanti, certo. Ma anche – e forse soprattutto – per non aver potuto vedere un Pellizzari in lotta per la maglia rosa, come avrebbe meritato. Lo ha dimostrato giorno dopo giorno, e lo ha confermato oggi, quando è rimasto da solo, senza più un capitano da cui prendere ordini.
Il capitano in questione, Roglic, è stato poco onesto e sincero con sé e con la squadra. Perché è vero che partiva con i gradi, ed è vero che all’inizio sembrava poter addirittura dominare. Ma l’illusione è durata poco. Bastava guardarlo per capire che non era il Roglic dei giorni migliori. E non poteva non saperlo anche lui. Eppure, ha insistito, giorno dopo giorno, perdendo tempo su ogni arrivo. E Pellizzari lì, a tirarlo, a coprirlo, quasi a portarlo a spalla.
E Roglic non ha mai fatto un passo indietro. Nonostante Roglic non fosse brillante da giorni, non ha mai pensato di lasciare il libero il suo uomo. E nemmeno la squadra – la Bora – ha avuto il coraggio di cambiare copione. Nessun piano B, nessuna libertà concessa. Tutto su Roglic. E poi arriva l’ennesima caduta. Cadute che ormai sono una costante: forse se lo sloveno in preparazione puntasse un po’ di più sulla tecnica di guida, perderebbe qualche watt, ma magari finirebbe qualche corsa in più.
Il punto è semplice: anche senza cadute, questo Giro lo stava facendo meglio Pellizzari. E vederlo relegato al ruolo di gregario per un capitano in difficoltà è un peccato. Per lui, per noi, per il ciclismo.
Perché puntare tutto su uno come Roglic oggi è un rischio. Non è uno di quelli sempre solidi, non è uno dei fratelli Yates, che sono lì da anni , senza sbagliare un colpo, magari non vincenti ma comunque sempre protagonisti. Roglic è uno che può stupire, certo, ma anche sparire. Come oggi. E già leggere ieri che voleva ritirarsi perché “non stava bene”, dopo che per giorni ha fatto lavorare tutta la squadra per sé, be’, non è esattamente il massimo del rispetto per i compagni.



































