Giorno 1 – Forlì – San Godenzo.
Un breve premessa per dire che le tappe del viaggio, molto disomogenee fra loro per lunghezza e dislivello, sono state spesso condizionate dalla disponibilità di alloggio lungo il percorso.
Si parte (con le incongruenze dei treni italiani)
Viaggio fino Forlì in treno con una discreta “sosta tecnica” per carico eccessivo di passeggeri a Bologna. Dalla dorsale emiliano romagnola non ci sono treni verso l’appennino. Il servizio viene effettuato da bus sostitutivi, che non caricano le biciclette. Una delle molte incongruenze di un servizio pubblico come quello ferroviario. L’eventualità di 5 bauli a passeggero viene considerata, una bicicletta no.
Sceso dal treno faccio un rapido giro in città a Forlì e poi comincio a pedalare su strade con poco traffico. Lo specchietto montato a sinistra aiuta molto a capire cosa e chi stia arrivando alle spalle.
Tempo bello ma paesaggio non particolarmente interessante. Transito per Predappio con un paio di foto e un negozio su strada chiaramente ispirato alla “nostalgia”. Gli edifici del ventennio conservano ancora un fascino ed una compostezza architettonica degna di nota.
La strada scorre sotto le ruote, il caldo del primo pomeriggio si sente ma non è eccessivo, la quota sale ed aiuta. Mi infilo a curiosare nel paese di Premilcuore, chiedo info per una breve deviazione su strade sterrate nel bosco e mi inoltro fra gli alberi lungo una mulattiera ancora in ottimo stato alla volta del ponte in pietra che mi riconduca sulla statale.
Un po’ di fatica nelle salite ripide, evito di scendere a vedere le cascate (belle ma avrebbero richiesto troppo tempo per scendere e salire con la bicicletta carica) e finalmente arrivo al ponte in pietra. Mi fermo per tirare il fiato e chiedo ad un signore se fosse il ponte giusto per tornare direttamente sulla statale… vede la scritta sulla maglia ed esclama “ma io questa storia la conosco!!” Ci eravamo sentiti per mail quando avevo chiesto ai soci FIAB di Forlì se il percorso che intendevo fare fosse quello più adatto. Una foto di rito sopra il ponte in pietra e si ricomincia a pedalare.
Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi
Finalmente il cartello del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi. Il Parco il cui nome per esteso è “Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna” ha un’area di 368 chilometri quadri, istituito nel 1993, situato nell’Appennino tosco-romagnolo, lungo il confine delle regioni Emilia-Romagna e Toscana, a cavallo tra le province di Forlì-Cesena, Arezzo e Firenze.
Ci ero stato qualche anno fa andando al lago di Ridracoli.
Finalmente comincia la discesa verso San Godenzo, paese piccolo di cui mi colpisce oltre alla Abbazia di San Godenzo la minuscola pizzetta sulla quale affaccia il bar con la gente intenta a giocare a carte o bere un aperitivo.
Alla fine della giornata una settantina di chilometri e 1200 metri di dislivello per cominciare ad assaporare l’ambiente di “pietre, foreste e paesaggi” in cui sarò immerso nei prossimi giorni. Bicicletta e carico hanno funzionato bene ma siamo solo agli inizi. Vedremo quanto sarà facile il carico e scarico “studiato” prima di partire. Mi aspetta la cena.
Giorno 2 – San Godenzo – Bibbiena
Sveglia all’alba per prepararsi e partenza da San Godenzo, dopo aver fagocitato un piattone di spaghetti in bianco con un filo d’olio per colazione seguito da una colazione “piacevole” con caffè e cappuccino.
Poche centinaia di metri su asfalto in discesa e poi comincia la salita sulla SP95, strada inizialmente asfaltata che si trasforma in una sterrata molto compatta e che si inoltra nel Parco delle Foreste Casentinesi, un bosco fittissimo, prima di castagni che poi, salendo di quota, cedono il posto ai faggi, grandi e piccoli.
La salita è impegnativa ma l’ombra degli alberi e gli scorci panoramici la rendono molto piacevole. Si suda per l’umidità. Pochi escursionisti lungo il percorso. Incontro il rifugio Borbotto, ristrutturato da poco e di recentissima inaugurazione. Qualche foto, un caffè e due chiacchiere con i gestori giovanissimi. Bello pensare che ci sia gente che ancora crede in queste strutture. Posto splendido.
Acqua sul percorso se ne trova, ma nel timore di rimanere senza faccio rifornimento ad ogni fontana. In cima alla salita appena prima della sbarra che impedisce il transito ai mezzi a motore incontro una pattuglia di Carabinieri in auto. Facciamo due chiacchiere. Trovano pochi ciclisti su quel percorso. Da quel punto la strada si trasforma da SP95 in SP94 ma cambia solo il verso di discesa. Finalmente. Fondo asfaltato ma abbastanza sconnesso. Ancora nel bosco con piante splendide. Una vera goduria anche se l’attenzione al percorso è sempre scrupolosa, perché per cadere e farsi del male ci vuole poco. E guastarsi il viaggio al secondo giorno sarebbe micidiale.
La strada arriva in zona percorribile dai mezzi a motore e compaiono auto e camper. Oltre che impianti di risalita invernali. A quote francamente improponibili. In effetti un signore mi conferma che in certi anni gli impianti funzionano poche volte causa della mancanza di neve e delle temperature elevate. Per adesso nessun incontro in bicicletta. Il percorso è abbastanza fuori dagli itinerari tradizionali.
Prima deviazione “di pregio” a Stia, con la salita verso la torre del castello di Porciano. Il paese è piccolo, in pietra (molte prelevate dal vecchio castello), carico di storia ed il fato amico mi fa incontrare Alessandro Falsini, che gestisce insieme a Nicoletta Lupi una bellissima struttura ricettiva sotto alla torre (www.castellodiporciano.com). Ottimamente mi intrattiene (meglio mi affabula) raccontandomi con dovizia di particolari la storia del paese e delle sue vicissitudini fra battaglie distruzioni e ricostruzioni, conquiste fiorentine, culminando con un “noi Ghibellini…” che mi fa trasalire con un brivido di piacere. Due parole che spiegano, dopo 800 anni, la potenza del campanilismo e l’attaccamento alla storia ed al territorio. Del resto siamo in Toscana, patria di Guelfi e Ghibellini, Contrade Senesi, Repubbliche Marinare di Livornesi e Pisani.
Poco più avanti a Pratovecchio trovo il primo cartello dell’Arno e le indicazioni per la Pieve di Romena che vale la pena di andare a vedere, per il posto, la lavanda e la storia. Tutto intorno le montagne “dolci” dell’Appennino fanno da cornice. Un cartello stradale fuori dal paese dice che sono gemellati con Bethlemme e Maalot-Tarshiha. con una bandiera palestinese la prima città ed una israeliana la seconda. Altre parole sarebbero superflue.
Pedalo ancora lungo l’Arno fino all’ultima deviazione per salire al castello di Poppi, là, in alto a dominare la valle. Merlato e possente, con la torre in pietra che svetta stagliandosi contro l’azzurro del cielo, circondato da panorami che riempiono il cuore. Bello essere turisti in questi posti carichi di storia ed esserci arrivati quando il lavoro, le sofferenze e le incertezze della vita di quei tempi sono passate.
Mi attende Bibbiena, altro paese storico con edifici in pietra, strade lastricate e strette dove spesso faticano a circolare le auto. Portare “in casa” la bicicletta per la sera richiede impegno perchè le scale con i gradini segnati dal tempo, sono strette ed i gradini alti. Di nuovo cena, bucato e sonno ristoratore. La mattina dopo, colazione in piazza con il bar appena aperto. Due giorni di meraviglia e soddisfazione.






























































