La giornata della ferrovia. E delle differenze. Una notte passata a Campello, in un B&B in alto sopra il paese, con un discreto concerto di cicale ed il sole che gentile ti sveglia alla mattina attraverso le finestre. Da Campello dopo il solito terribile piatto di pasta in bianco ed una onesta colazione, quella dolce, con vista fonti del Clitunno, parto alla volta di Spoleto, pedalando lungo la ciclabile Spoleto-Assisi che fiancheggia il torrente Marroggia. Ciclabile principalmente sterrata in buono stato e dotata di segnaletica abbastanza chiara.
Spoleto prevedeva un transito nella parte storica bassa, ma giunto nella piazza del Duomo, chiedo aiuto per una foto a due signore del posto. Gentilissime acconsentono ed io mi lascio irretire dal canto delle sirene (loro due) che mi suggeriscono di salire alla Rocca Albornoz. Scelta faticosa (sono altri metri di salita non previsti) ma veramente indovinata per la quale ho lungamente ringraziato le due sconosciute. Il panorama circostante è splendido, la rocca ottimamente conservata visitabile almeno all’esterno ed in qualche zona interna, il ponte acquedotto appena più in basso vale la pena di essere percorso.
Nota per i pedoni: dalla parte bassa della città partono scale mobili che raggiungono diversi punti di interesse culminanti con la Rocca ma che non sono accessibili con le biciclette. Neppure a mano. Per esplicita cartellonistica di divieto.
Dopo aver goduto del panorama dalla Rocca, riempite le borracce riscendo verso nord-est per imboccare la famosa ciclabile della ex ferrovia Spoleto Norcia (https://it.wikipedia.org/wiki/Ferrovia_Spoleto-Norcia). Fondo sterrato, compatto, quasi tutto facile da pedalare, in salita, con pendenza regolare e costante adatta evidentemente al transito dei convogli, fino alla Galleria della Caprareccia, un tunnel rettilineo di quasi due chilometri, scavato a mano nella roccia, con la volta rivestita in mattoni. Dentro temperatura bassa e buio pesto ma le luci della bicicletta rischiarano a sufficienza.
Percorso sostanzialmente asciutto senza grosse colature dalla volta. Molto piacevole da pedalare. Fuori dalla Caprareccia ricomincia la discesa, ancora altre gallerie, a volte cortissime, altre volte in curva con raggio ampio per i convogli ferroviari. Uno spettacolo di ingegneria ferroviaria. La discesa termina in basso in località Sant’Anatolia di Narco. Le temperature schizzano alle stelle.
Riprendo il tragitto lungo la valle del Nera, la ciclabile corre quasi parallela alla SS685, di nuovo su fondo compatto e con qualche galleria. L’idillio con la natura e la pista termina in località “Balze Tagliate” dove occorre reimmettersi sulla statale per una decina di chilometri, compresa una galleria lunga anche se ben illuminata.
Il traffico non è particolarmente fitto, ma il passaggio dei camion e di qualche automobilista non particolarmente attento a sorpassi e limiti di velocità mette in difficoltà ed apprensione chiunque. Anche in questo caso le luci accese e lo specchietto retrovisore hanno fatto la differenza. Finalmente in località Serravalle ricompare il tracciato ferroviario sterrato che si può seguire fino a Norcia. In tutto il tragitto ho incontrato solo 4 persone in bicicletta e solo nella zona di Spoleto.
Impietoso ma opportuno il paragone con un tracciato analogo, quello dell’Alpe Adria, che ogni anno richiama migliaia di turisti da tutta Europa. Una pista con fondo asfaltato (una manna per i cicloturisti), gallerie illuminate automaticamente con sensore di presenza, punti di ristoro e sosta anche per la notte nei vecchi caselli ferroviari. Un altro modo di attrarre e favorire il turismo leggero.
Norcia è uno squarcio nel cuore. Il terremoto del 2016 ha lasciato segni ancora ben evidenti. Molte case crollate, edifici puntellati, qualche ricostruzione non ancora completata, qualche gru che svetta, molti negozi del centro storico sistemati in un’area appositamente attrezzata appena fuori le mura.
Dopo quasi 10 anni si respira un’aria di precaria sistemazione alla quale nessuna delle persone con le quali ho parlato sa dare un termine certo. C’è la volontà, ci sono gli sforzi da parte di molti ma la burocrazia è opprimente. Ed in tutto questo, il turismo, grande fonte di guadagno, soffre. Cenerò in un locale in centro per andare a dormire in un bellissimo B&B distante un paio di chilometri a sud della città. Domani si riparte alla volta della Piana del Castelluccio, altra icona turistica dell’Umbria.
Il set-up della bicicletta, invertite due borse nella parte bassa del telaio, si dimostra funzionale. Il bucato tutte le sere mi consente di indossare vestiti puliti ed asciutti ogni giorno. Le borracce per 1,5 litri di acqua si riempiono e si svuotano come se fossero bucate. I sali e gli integratori vari tengono a bada la fatica.
PABT25 – Norcia – Montereale
Si entra nell’Appennino, quello bello (che piace a me), desertico, con strade bianche che scavalcano rilievi dalle curve morbide, coperti di erba e alberi. Sono i Sibillini.
Si comincia con la salita lunga ma panoramica sulla piana di Norcia, verso la Piana del Castelluccio, meta di un pellegrinaggio talmente fitto nel periodo della fioritura che richiede l’istituzione di un servizio navetta per alleggerire il traffico dei turisti.
Lascio Norcia laggiù con le sue numerose ferite ancora aperte. La piana è un mosaico di campi coltivati di colore diverso.
Alla prima rotonda un cartello della segnaletica stradale cattura la mia attenzione “Fora Canapine”, mentre il testo corretto è “Forca Canapine”. Chissà quanti ci han fatto caso.
La salita non molla mai ma la vista distoglie l’attenzione dalla fatica. Numerosi ciclisti con bici da strada mi passano di fianco che mi sembra di essere fermo. Alla piana mi godo il panorama ma decido che scendere per poi risalire non vale la pena e accorcio il giro di qualche chilometro. Cominciano le sterrate, lungo le quali bisognerebbe fermarsi a fare 1000 foto. Paesaggi incantevoli, aspri anche se morbidi. Poche persone in giro a piedi. Qualche MTB.
I Pantani di Accumoli sono invitanti ma resisto, anche per la presenza di un gregge, sicuramente sorvegliato da cani. Meglio non incontrarli.
La strada adesso ha un fondo ghiaioso, poggiato su un telo bianco probabilmente per il terreno sottostante cedevole. Prati ovunque, intervallati da macchie di alberi, compatti, che d’inverno vengono sferzati dalle bufere.
Arranca in salita un grosso pick-up scuro. Un turista che viene per vedere come sono “i pantani”. Una nota stonata nel silenzio generale.
Proseguo la mia discesa con una modifica al tracciato per un percorso più panoramico. Lo sguardo mai sazio spazia in giro. Balle di fieno tagliato da poco si stagliano sulle montagne e sul cielo circostante. In un paio di punti il tracciato presenta qualche difficoltà e scendo a piedi per qualche decina di metri. Non posso rischiare di bucare o peggio rovinare un copertone.
Mi fermo nel piccolo paese di Villanova, segnato dal terremoto. Sembra deserto ma alcune finestre con le tende dicono il contrario. Busso alla porta e mi aprono. Chiedo acqua. Sono gentili e mi accontentano. Mi raccontano che in paese tre persone ancora resistono ma la ricostruzione langue.
Proseguo verso il prossimo paese, Terracino, segnato anche questo dalle scosse del 2016. Nella parte in alto, l’agglomerato delle case prefabbricare ed un edificio un po’ più grande che fa bar/alimentari. Cerco da mangiare. Fuori dalla porta un cartello avverte di chiamare un paio di numeri di telefono se si trova chiuso. Non serve neppure telefonare, perché una ragazza poco distante chiama a gran voce una donna che si affaccia da una casa poco sotto e viene ad aprire. Così fra un panino ed una coca cola mi racconta gli ultimi dieci anni della sua vita e del paese, con tutte le difficoltà incontrate e non ancora risolte. Mi racconta di quelli che se ne sono andati altrove e di quelli che non ce l’hanno fatta, depressi e morti suicidi. Non li conosco ma un brivido mi attraversa. A novembre qui comincia l’inverno. Comincia il silenzio. E le case prefabbricate non sono la soluzione migliore.
Riparto un po’ frastornato dal racconto della vita di queste persone colpite duramente dal destino. Mi viene in mente un inutile e faraonico Ponte che collegherebbe due zone altamente sismiche dove un terremoto potrebbe far tabula rasa delle case. Che vengono lasciate senza alcuna opera di rinforzo sismico. Ma collegate da un ponte.
Ricomincio a pedalare verso la meta della giornata, con il primo ed inatteso incontro canino. Un quintetto di maremmani latranti che escono fuori da una fattoria apparentemente deserta. Mi fermo, scendo dalla bicicletta, arretro e “sfodero” il bastone che mi son portato da casa. Comincio ad urlare, avanzo qualche passo brandendo la mazza ed ottengo il risultato che i cani probabilmente sorpresi arretrano e se ne vanno.
La giornata finisce a Montereale, in un albergo adagiato su una collina. Ottima cena e nuovo piatto di pasta alla mattina del giorno dopo.
Bici ottimamente funzionante, carico ben distribuito e attacco manubrio che rende piacevole pedalare su ogni fondo.












































