Altro passaggio da un’icona degli Appennini, la Piana di Campo Imperatore al cospetto del Gran Sasso e del Monte Camicia. La giornata comincia in discesa lungo la statale che costeggia l’Aterno. Mi fermo in città a l’Aquila per qualche foto alla fontana delle 99 cannelle e al Castello Spagnolo dell’Aquila. Murature possenti, dettagli di pregio, forma squadrata e regolare, un simbolo della potenza e del potere. Qualche lavoro in corso (sempre terremoto) ma le facciate pulite sono veramente belle.
Poi un briefing occasionale con la custode di un museo che mi consiglia di passare per Assergi, anziché per Filetto come pensavo inizialmente. La strada è migliore ed il percorso è quasi lo stesso. Maggior punti di ristoro ed acqua. Mi lascio convincere, ma al primo paese che trovo, Paganica, vado a farmi fare un paio di panini. Meglio non rischiare. La strada effettivamente è larga e comoda, ma aimè percorsa da auto e soprattutto moto che faticano a tenere un comportamento consono al tracciato. Motivo per il quale avevo scelto l’altro tracciato. Procedo attento a non incappare in qualche incapace.
Una breve visita ad Assergi e poi di nuovo in salita verso la meta. La strada si dipana quasi sempre sotto al sole ma il panorama ripaga la fatica.
Poi finalmente la strada “spiana” e vado a vanti fino al bivio di Sant’Egidio dove si ammucchiano chiassosi auto, camper e moto intorno ai chioschi ambulanti di bibite e arrosticini.
“Tutto il giorno, tutti i giorni, fino al 24” mi dice un venditore “poi finito agosto solo nei fine settimana” e sorride. In due mesi di attività con evidenti impegni e sacrifici fanno i guadagni di un anno (sempre parole sue).
Qualche foto della piana con il Corno Grande, il monte Camicia e le vacche al pascolo pomeridiano poi ricomincio a pedalare alla volta del rifugio Racollo. Fuori dai punti piuttosto rumorosi se sente solo il fruscio del vento. Le cime si stagliano contro il cielo azzurro.
Arrivo al rifugio abbastanza presto, prima di quel che potessi pensare. Ci sta la doccia, una birra e le foto con il sole che comincia a calare. Nonostante la quota l’aria rimane calda.
La sera a cena il gestore un po’ sopraffatto dall’inaspettato numero di clienti fatica a star dietro a tutti ma io sono paziente, non ho fretta e vengo adeguatamente ricompensato da una doppia razione di una specie di tagliolini al sugo.
La serata trascorre veloce facendo chiacchiere con due ciclisti occasionalmente incontrati al rifugio. La stanchezza mi manda a letto presto. La luna illumina la piana. La cornice delle montagne circostanti emette un fascino indescrivibile. I campanacci delle vacche fanno da sottofondo. Domani si comincia nel canyon dello Scoppaturo.
Giorno 8 – Campo Imperatore-Castrovalva
Alla piana di Campo Imperatore il sole sorto da poco colora la giornata. Ancora Gran Sasso e ancora erba e cielo. Riparto verso un set cinematografico, il canyon dello Scoppaturo, dove sono state girate alcune scene del film “continuavano a chiamarlo Trinità” con Bud Spencer e Terence Hill. Il canyon è il letto del fiume che scende dal monte Prena. Ben evidente ed indicato, il canyon presenta un fondo di ghiaia fine e cedevole che nella prima parte risulta difficoltoso da percorrere in sella a bici, specie con le ruote strette. Con qualche cautela si riesce a rimanere in equilibrio, specie rimanendo nelle zone laterali. Dopo alcune centinaia di metri il canyon si allarga molto e sui lati il terreno diventa meno cedevole e solcato da sentieri appena accennati ma ben percorribili. Poi la parte ghiaiosa si riduce molto mano mano che si allarga verso la piana lasciando spazio a terreno inerbito e consistente.
Tornato sulla strada asfaltata risalgo per scollinare in vista di Castel Del Monte prima e Calascio poi. A Castel del Monte, paese in pietra adagiato sulla collina che domina la piana, un piccolo monumento ai morti dell’incidente nelle miniere di Marcinelle in Belgio. In realtà i morti furono solo due ma la cittadina belga aveva una comunità molto popolosa proveniente dal paese dell’Abruzzo.
Un paio di panini con il prosciutto affettato a mano, mi rimettono in pace col mondo. Paese pavimentato con cubetti di pietra chiara, alcune case costruite direttamente sui massi incastonati nelle murature. Numerosi pannelli esplicativi dei vari angoli storici. Le foto dall’esterno sia dal basso che dall’alto lo rendono ancor più interessante.
Continuo la discesa pregustando l’arrivo alla rocca di Calascio, altro set cinematografico in cui sono state girate alcune scene di “Ladyhawke” ed “Il nome della Rosa”. Il castello realizzato in pietra chiara quasi bianca, è composto da 4 torri circolari, una cinta muraria ed una torre centrale. In origine era un punto di osservazione militare, dominando la valle del Tirino e l’altopiano di Navelli. Le auto dei numerosi turisti vengono fermate all’inizio della salita che conduce in paese e dirottate in un parcheggio. Si sale a piedi, in bicicletta oppure in navetta. L’ultimo tratto si percorre bici a mano per il fondo sconnesso e la presenza di numerosi turisti. La vista dall’alto, specie dalla torre centrale alla quale si accede tramite una ripida scala a chiocciola, spazia su tutto il territorio circostante. Il caldo è notevole e le pietre chiare riverberano i raggi del sole.
Faccio due chiacchiere con un turista francese incuriosito dalla bicicletta. La chiesa di Santa Maria della Pietà si staglia sullo sfondo affiancata dal Corno Grande. Penso alla fatica per costruire una simile fortezza, alla vita “grama” condotta in quelle zone dedite alla pastorizia.
Nella discesa verso il fondovalle incontro una corrente di aria torrida che risale lungo il fianco della montagna. Talmente calda che dava fastidio agli occhi anche protetti dagli occhiali e sulle braccia sembrava di avere puntato un asciugacapelli.
Passo sotto al paese di Capestrano ma resisto alla tentazione di salire a vedere il castello. Oggi strada e dislivello sono impegnativi, specie nella parte finale. Meglio non esagerare. Me lo godo da sotto.
La strada prosegue a tratti sterrata a tratti asfaltata, lungo il corso del Tirino, fino a Popoli Terme e poi Sulmona. Il tratto fra i due paesi è purtroppo molto trafficato e richiede molta attenzione.
Da Sulmona proseguo verso ovest, su strada secondaria con poco traffico alla volta di Anversa degli Abruzzi. Il paesaggio della Valle del Sagittario si tinge nuovamente di verde delle colline circostanti.
Anversa degli Abruzzi mi accoglie mentre si monta il palco per un piccolo spettacolo serale. Peccato che sia davanti alla facciata della chiesa di Santa Maria delle Grazie. Una facciata di pietre a vista, finemente lavorate ed incastrate, un bellissimo arco di ingresso sormontato da un rosone di grande effetto nella semplicità della facciata. Non val la pena di far foto.
Mi aspetta l’ultima fatica della giornata per arrivare a Castrovalva, altro paese in pietra arroccato su uno sperone roccioso a 5 chilometri di distanza, scelto per la posizione in alto che promette belle viste. All’inizio dell’ultima salita attraverso il ponte che scavalca il fiume Sagittario e avverto che sto arrivando.
Pedalo rilassato godendomi il panorama che ogni tanto spunta dagli alberi che in basso fiancheggiano la strada. Poi le prime case del paese mi appaiono in alto. Non sono distanti. Arrivo in cima.
Il paese in pietra è un piccolo dedalo di viuzze e scalini. La via principale mi conduce alla meta, l’ultima casa del paese, in alto, dalla quale si gode una panorama incantevole, sovrastando i tetti in cotto segnati dal tempo delle case sottostanti. Anche per oggi è finita. Mi attende una serata relax e qualche chiacchiera con il gestore. Mi perdo via nei suoi racconti della vita e della storia del paese, degli emigrati e di quelli che tornano in estate da ogni parte del mondo per dare nuova linfa alla comunità. Gusto il panorama al tramonto e pregusto un sonno ristoratore.

























































