Un’altra tappa affrontata come una classica del nord. Quando ci sono davanti “i soliti” (Pogacar, Vingegaard, Evenepoel e van der Poel, non casualmente in maglia gialla) si sa già che sarà spettacolo. E lo spettacolo, manco a dirlo, sarà iridato. Vingegaard segue a ruota, sono tutti al meglio che quest’anno non c’è nessuno in recupero. Scatti che selezionano la crema del gruppo, col cuore in gola, verso il traguardo.
Van der Poel prova il bis, ancora più bello sarebbe in maglia gialla, ma è la maglia iridata a battere tutti. Stavolta l’ha studiata bene, ha calcolato bene gli spazi, la forza.
La gloria.
Un gioia da piccolo principe che, per non farsi mancare niente, balza pure in testa alla classifica generale a parimerito con van der Poel (che mantiene la maglia).
Sarà che ci piace un po’ sognare, che già avere la sala stampa nella Hall Antoine de Saint-Exupery ci riporta a letture bambine, ma la tappa di oggi si è presentata come un romanzo da sfogliare. Sarà che da Amiens a Ruen ricordano avventure ciclistiche d’altri tempi, ma questa tappa potrebbe essere ispiratrice.
Per chi sogna davanti c’è chi passa un inferno dietro. Sono i brandelli del gruppo, fatti di corridori al gancio che contano le pedalate perché la salita finisca, ma sarà sempre troppo tardi.
Davanti, in grande spolvero, la UAE che Tadej Pogacar aveva messo nel mirino la vittoria numero 100 della sua carriera.

Quanto è rischioso il Tour
Così si diceva in partenza. Per la verità i discorsi della mattina guardavano di più a quelli del giorno prima: ciclismo pericoloso. Per un Prudhomme che punta il dito sull’eccessiva velocità si finiscono col giustificare comportamenti troppo spinti. Dove sono gli sceriffi di una volta che incutevano rispetto e distanza in gruppo? Oggi tutti tendono a rischiare troppo e a far rischiare troppo. Si dà colpa alla gioventù di corridori che si sentono già arrivati e non si lascia più il tempo di accumulare esperienza. L’esperienza insegnava a rischiare solo dove fosse realmente necessario, non sempre e comunque sperando comunque di racimolare qualcosa.
D’altra parte se i direttori sportivi hanno come “mantra” il correre davanti, e lo dicono a tutti, è inutile pensare che possa finire diversamente di come vediamo.
Anche oggi ne abbiamo avuto triste conferma. Ma, in fondo, non erano così anche i Tour de France di lustri fa, quando si accusava, anche allora, la tecnologia aggrappandosi dove si poteva?
È il Tour de France, bellezza, verrebbe da dire. Il rischio fa parte del mestiere.
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