Ho letto molto, in questi giorni, sulle vicende che hanno coinvolto Fin Tarling e sul coro, praticamente unanime, di richieste all’UCI e agli organismi competenti perché si intervenga sulla sicurezza delle gare. La caduta di ieri di Tadej Pogacar, a quanto pare, è stata causata da un oggetto sulla strada che ha provocato la sbandata che ha innescato la caduta.
Il ciclismo è uno sport pericoloso, nessuno lo può negare. Si corre su strade spesso strette, si affrontano discese a velocità elevate, si viaggia in gruppo a pochi centimetri l’uno dall’altro. Una caduta può avere conseguenze molto serie anche quando tutti i protagonisti stanno rispettando le regole e facendo il possibile per evitare rischi.
Ma esiste una differenza fondamentale tra il rischio intrinseco di una competizione e quello prodotto da una carenza organizzativa.
Il primo fa parte dello sport, il secondo dovrebbe essere ridotto a zero, utopistico?
Organizzare una gara ciclistica significa anche gestire una strada che, normalmente, non nasce per essere un circuito sportivo.

Una strada non è mai completamente sotto controllo
Tempo fa, parlando con un direttore di corsa della Federazione Ciclistica Italiana, mi raccontò una situazione che rende bene la complessità del problema.
In alcune gare Under 23 era capitato di concordare, tra direzione di corsa, giuria e organizzazione, un ricompattamento dei corridori nelle retrovie.
Non c’entrava il risultato in questo caso, solo la sicurezza.
Quando una corsa si spezza in moltissimi gruppetti, più o meno numerosi e corridori isolatii, il tratto di strada occupato dalla competizione può diventare molto lungo. La parte iniziale della corsa può trovarsi a chilometri di distanza dall’ultimo corridore.
Ma la gara, dal punto di vista della sicurezza, deve continuare a essere gestita con attenzione per tutti. Un problema notevole soprattutto per le corse a tappe dove i corridori sono in gara fino al tempo massimo. La questione è molto concreta: le moto e le automobili disponibili non sono infinite.
Quando i gruppi diventano numerosi, non è possibile assegnare una moto a ogni corridore o a ogni piccolo gruppo. Bisogna scegliere dove posizionare i mezzi, quali gruppetti seguire, dove garantire la maggiore protezione e come gestire situazioni che possono cambiare nel giro di pochi chilometri per via dei distacchi variabili.
Ricompattare le retrovie, in determinate condizioni e senza incidere sul risultato, può quindi diventare una soluzione organizzativa. Insomma, il regolamento scritto è una cosa, la gara può avere altre necessità che non si possono trascurare soprattutto quando si parla di sicurezza.
Il problema degli ingressi sul percorso
Una gara ciclistica attraversa normalmente decine, centinaia di incroci, strade laterali, accessi privati e punti nei quali qualcuno potrebbe entrare sul percorso in buona fede se la strada rimane scoperta per un tempo sufficiente.
Pensare di controllare fisicamente ogni possibile accesso è praticamente impossibile in una gara professionistica, figuriamoci nelle altre competizioni con organizzazioni meno attrezzate.
Gli organizzatori devono quindi lavorare con le risorse disponibili: forze dell’ordine, personale volontario, commissari, motociclisti, personale dell’organizzazione. Ma il valore della sicurezza è sempre lo stesso.
La vita di un/una ciclista non vale di più perché sta correndo una gara professionistica e non vale di meno perché è un Under 23, Junior o amatore.
Cosa si può fare per migliorare?
Forse più che chiedersi “chi ha sbagliato” – certamente le cause dell’errore vanno analizzate – occorre domandarsi quale sia il livello di sicurezza realisticamente possibile garantire e quali siano gli standard minimi da rispettare, eventualmente intervenendo sulla struttura stessa della gara.
Non serve immaginare una gara completamente blindata se poi le stesse prescrizioni sono impossibili da rispettare in una competizione con risorse limitate.
Potrebbe essere più utile ragionare su alcuni requisiti minimi e misurabili.
C’è già chi ha parlato di un aumento dei percorsi in circuito che permettono un controllo migliore anche se si rischia di sacrificare lo spettacolo.
Si può ragionare su un numero minimo di addetti in rapporto alla lunghezza e alla conformazione del percorso. Un criterio per stabilire quanti mezzi di assistenza e di controllo siano necessari in funzione del numero di corridori e della frammentazione del gruppo. Una valutazione preventiva degli incroci più pericolosi. Procedure precise per gli accessi laterali. Controlli sullo stato del manto stradale prima del passaggio della corsa. Soprattutto una valutazione del rischio che non sia soltanto burocratica.
Dal professionismo all’amatore
Una gara professionistica può contare su mezzi, personale, motociclisti e strutture che una competizione locale non potrà mai avere.
Non avrebbe senso imporre a tutti gli organizzatori lo stesso modello operativo, dipende anche dall’attenzione che la gara attira su di sé. Ma avrebbe senso, ribadisco, stabilire quali siano le condizioni minime sotto le quali una gara può essere considerata sufficientemente sicura.
È un problema simile a quello che esiste in molti altri ambiti: non tutti possono avere le stesse risorse, ma tutti devono conoscere il livello minimo sotto il quale non si può scendere.
Il punto è qui e permette di andare oltre il numero delle transenne, dei divieti e delle moto.
Il ciclismo non può eliminare il rischio
Una gara importante può essere decisa da una foratura, da una caduta, da un problema meccanico, da una scelta tattica. Fa parte del ciclismo ed era a questo che si era pensato per la caduta di Pogacar dalle prime immagini un po’ difficili da interpretare, ma quando a determinare il risultato è un oggetto abbandonato sulla strada, la domanda diventa inevitabile: si poteva superare quel rischio?
Pretendere una gara senza rischi è semplicemente irrealistico, ma proprio perché sappiamo che il ciclismo è pericoloso, dovremmo essere ancora più esigenti nei confronti di tutto ciò che pericoloso non deve essere.
Per Pogacar rimarrà il rammarico di una Vuelta perduta non sul piano agonistico. Per il ciclismo dovrebbe rimanere qualcosa di più importante: la necessità di capire se possiamo organizzare le gare in modo da fare in modo che il risultato venga deciso il più possibile dai corridori e non da ciò che accidentalmente si trova sulla loro strada.

































