Il Giro delle Fiandre non è una corsa che si lascia spiegare facilmente con i numeri, ma quando arrivano i dati giusti aiutano a dare una forma precisa alle sensazioni viste su strada. Quelli pubblicati da Velon dopo l’edizione 2026 raccontano con grande chiarezza perché Tadej Pogacar sia riuscito a fare la differenza proprio dove il Fiandre si decide davvero: sui muri.
Oude Kwaremont
Il cuore della sua prestazione sta tutto nel secondo passaggio sull’Oude Kwaremont, il punto in cui la corsa smette di essere controllabile e diventa selezione pura. Qui Pogacar non si limita ad attaccare, ma costruisce un’azione progressiva, capace di mettere tutti fuori soglia. I numeri parlano di 480 watt medi per poco più di tre minuti, che già da soli basterebbero a definire uno sforzo da scalatore di altissimo livello. Ma dentro a quel dato c’è un’accelerazione ancora più significativa: 640 watt per oltre un minuto, nel momento in cui la corsa si spezza. È una combinazione rara, perché unisce capacità aerobica e potenza anaerobica in una fase della gara in cui normalmente si sopravvive più che attaccare.
È proprio questa doppia natura a rendere la sua azione così efficace. Non è uno scatto secco, non è un allungo isolato, ma una progressione che logora chi prova a resistere. Sul pavé del Kwaremont, dove la velocità cala e la cadenza si spezza, riuscire a mantenere quei valori significa imporre un ritmo che pochi possono sostenere anche per pochi secondi, figuriamoci per minuti. E infatti è lì che il gruppo dei favoriti si riduce, che gli avversari iniziano a perdere contatto e che la corsa prende la direzione definitiva.

Paterberg
Quando poi si arriva al Paterberg, il discorso cambia ma il risultato resta lo stesso. I 630 watt medi per cinquanta secondi raccontano uno sforzo completamente diverso, più esplosivo, quasi brutale nella sua intensità. È il classico muro da Fiandre in cui si va fuori scala, ma anche qui il dato va letto nel contesto: arriva dopo oltre duecentocinquanta chilometri di gara, quando la fatica accumulata rende ogni accelerazione più costosa. Essere ancora in grado di esprimere quei valori significa avere non solo forza, ma una resistenza alla fatica fuori dal comune.

Remco, una corsa da cronoman
Il confronto con Remco Evenepoel aiuta a mettere tutto in prospettiva. I 340 watt medi per diciotto chilometri nel suo inseguimento finale sono un dato di altissimo livello, che conferma la sua natura di cronoman e la capacità di sostenere sforzi lunghi e regolari. Ma è un altro tipo di prestazione, costruita sulla continuità più che sull’esplosività. Il Fiandre, invece, si decide su cambi di ritmo violenti, su picchi che superano abbondantemente i 600 watt e che devono essere ripetuti quando le gambe sono già al limite.
In questo senso, i dati di Pogacar raccontano qualcosa di più di una semplice superiorità numerica. Raccontano un corridore che riesce a essere dominante nel terreno più specifico delle classiche del Nord senza rinunciare alle qualità da grande giro. Il valore dei 480 watt sul Kwaremont è quello che più di tutti sintetizza questa capacità: uno sforzo lungo, da salita, ma inserito in un contesto tecnico e muscolare completamente diverso, fatto di pavé, rilanci continui e posizionamento.
Alla fine, più che i singoli numeri, è la loro combinazione a fare la differenza. La capacità di passare da uno sforzo prolungato a un’accelerazione violenta, e poi ancora a un picco esplosivo nel finale, senza perdere efficacia. È lì che si vince il Fiandre, ed è lì che Pogacar ha costruito il suo successo, trasformando i muri in un terreno dove non si limita a resistere, ma dove riesce a fare la selezione decisiva.







































