Il ciclismo sta attraversando una fase delicata. I prezzi di biciclette, componenti, accessori ed abbigliamento continuano a crescere, ma l’entusiasmo del mercato sembra rallentare. Sempre più praticanti iniziano a chiedersi dove finisca il valore reale e dove inizi solo il posizionamento. Ne abbiamo parlato recentemente, con un focus particolare sulle biciclette “di marca”.
In questo scenario, il caso Rapha diventa un segnale chiaro. Non è solo la difficoltà di un marchio storico. È il riflesso di un intero settore che, forse, attratto da facili guadagni nell’immediato, ha spinto troppo sull’acceleratore del premium. Viene spontaneo chiedersi come sia stato possibile passare per l’intero comparto ciclo da una fase di espansione a una di contrazione così rapida, al punto da far emergere una evidente mancanza di visione strategica di medio-lungo periodo, fatta eccezione per eventi imprevedibili come lo è stato la pandemia Covid.
Il caso Rapha: numeri che raccontano una crisi
Rapha ha chiuso l’ottavo anno consecutivo in perdita. Nel 2024 il bilancio segna meno 17,2 milioni di sterline. Il valore dell’azienda è sceso drasticamente rispetto ai 200 milioni dell’acquisizione del 2017. Quando i fratelli Walton, quelli dell’impero Walmart, non degli imprenditori qualsiasi, comprarono Rapha, parlarono di “passion purchase”. Una scelta guidata dall’amore per il ciclismo. Ma la passione, da sola, non basta a sostenere un modello economico che si è rivelato intrinsecamente fragile.
Per reagire, Rapha ha deciso di stringere il campo e concentrarsi sulla centralità del prodotto bici. Via i prodotti lifestyle. Stop alle politiche di sconto aggressive. Focus totale sull’abbigliamento tecnico di fascia alta. I prezzi restano molto elevati. Parliamo di 300 euro per un bib short e oltre 200 per una maglia. La scommessa è chiara: meno clienti, ma più disposti a spendere. La sfida per Rapha è che oggi quel pubblico è più difficile da convincere, vuoi anche per la comparsa negli ultimi anni di brand concorrenti che hanno perseguito un posizionamento similare. Citiamo, ad esempio, Pas Normal Studios, Cafe du Cycliste e MAAP su tutti. Ma la lista è piuttosto nutrita.
Meno Clubhouse e addio al World Tour
Un altro segnale arriva dalla chiusura di diversi Rapha Clubhouse. Quasi un quarto dei negozi nel mondo verrà dismesso. Anche in mercati chiave come Stati Uniti e Regno Unito. Per anni, quei luoghi hanno rappresentato il cuore del marchio. Non solo vendita, ma esperienza e comunità. Oggi diventano un costo da ridurre. E anche questo racconta un cambiamento profondo per uno sport che vive anche di socialità.
Rapha ha anche rivisto il proprio posizionamento sportivo. Niente più WorldTour. La nuova scommessa passa da USA Cycling e dalle Olimpiadi di Los Angeles 2028. È una scelta che guarda ad una platea più ampia e diversa di utenti. Ma resta da capire se basterà a rilanciare il desiderio intorno al marchio.
Il problema non è solo Rapha
Il punto centrale è che Rapha non è un’eccezione. Negli ultimi dieci anni, il mondo bici ha spinto sempre più verso l’élite. Bici da oltre 15.000 euro. Abbigliamento dai prezzi sempre più distanti dal ciclista medio. Finché il mercato cresceva, il modello funzionava. Ora che la domanda rallenta, emergono le crepe.
Oggi il ciclista confronta, si informa e valuta alternative. È sempre più ricettivo verso la spinta alternativa dei marchi emergenti, molti dei quali asiatici, capaci di proporre prodotti a prezzi concorrenziali. In un settore come l’abbigliamento, fortemente legato alle mode e a uno stile che cambia di stagione in stagione, questo può diventare un fattore detonante.
Oggi il praticante non compra più solo per appartenenza o immagine. Vuole capire cosa sta pagando. E quanto durerà nel tempo. Il prezzo alto non appare più come una promessa automatica di qualità, specie per accessori come l’abbigliamento che non hanno un impatto diretto sulla sicurezza e sulla prestazione.
Una lezione per tutto il ciclismo premium?
Forse Rapha riuscirà a risollevarsi. Forse no, e solo il tempo darà una risposta definitiva. Ma al di là del destino di un singolo marchio, il segnale per il settore è evidente. Il ciclismo premium non può più vivere solo di immagine, di storytelling o di appartenenza. Deve tornare a dimostrare il proprio valore in modo concreto, giorno dopo giorno. Nei materiali scelti, nella durata dei prodotti, nella coerenza tra prezzo e qualità.
Oggi il ciclista è più consapevole e meno disposto a fidarsi sulla parola. Vuole capi che funzionino davvero, che resistano all’uso, che mantengano le promesse fatte. E soprattutto pretende un’esperienza che giustifichi l’investimento richiesto.
In un mercato sempre più affollato e competitivo, il premium non può limitarsi al prezzo: deve essere credibile. Perché il valore non si racconta nei comunicati o nelle campagne pubblicitarie. Si costruisce sulla strada, uscita dopo uscita.




































Manca lungimiranza, come in molti settori. Si pensa a spremere il momento senza preoccuparsi troppo del futuro. Eppure non è difficile capire che se spariscono uno dopo l’altro gli eventi agonistici, spariscono anche i clienti. Perché i prodotti top di gamma hanno una sola ragione di esistere: le prestazioni. Ma se il popolo del ciclismo si sposta dalle gare al cicloturismo e chissenefrega delle prestazioni, perché spendere uno stipendio per un outfit per poi andare a 25 all’ora?
Caro Daniele,
oltre a quanto dici tu, va anche osservato che il praticante di oggi è più informato e consapevole ed oltre al lato esteriore cerca (anche) sostanza e qualità.
Un caro saluto,
Alberto
C’è poi da dire che oltre ad una maggiore consapevolezza da parte di noi ciclisti riguardo la qualità ,la possibilità di acquistare on Line in tutto il mondo ha fatto conoscere centinaia di alternative altrettanto valide (sia per bici che per l abbigliamento) ed il consumatore medio si è stancato di prezzi che nn appartengono a questo sport per tradizione.La bicicletta evoca libertà sostenibilità divertimento ma a che prezzo?
Personalmente sono veramente infastidito da certe offerte di bici a decine di migliaia di euro Oramai a pedalare con marchi storici italiani e occidentali in generale saranno sempre più pochi privilegiati e nn più dei “normodotati” che necessariamente devono rivolgersi ai mercati asiatici.Sveglia produttori venditori commercianti delle due ruote quando si tira troppo la catena c’è il rischio di rimanere a piedi.
Caro Lorenzo,
la tua opinione è largamente condivisa. C’è comunque da osservare che il cosiddetto “top di gamma” non necessariamente deve essere alla portata di tutti. Quanti di noi guidano una supercar? O indossano un orologio esclusivo? Lo stesso vale per il mondo della bici. Chi può permettersi certe spese, o desidera certi oggetti è libero di acquistarli. La questione si fa decisamente più spinosa quando si guarda al medio di gamma che si rivolge alla stragrande maggioranza del pubblico. Ed anche in questo caso con prezzi non sempre accessibili anche in relazione alla qualità dei prodotti.
Un caro saluto,
Alberto
Per come la vedo io, a parte i pantaloncini che si consumano o perdono le caratteristiche principali di comodità, magliette/guanti/calzini/giacche/intimo durano anni e personalmente non ho alcun interesse di cambiarli ogni 1 o 2 anni solo perchè qualcuno parla di “moda” anche nel ciclismo ma non c’è alcun tipo di vantaggio pratico, anzi, per esempio trovo che le magliette di alcuni anni fa avevano tasche posteriori molto più comode di quelle moderne, che stanno costringendo molti a prendere anche borselli da mettere un pò ovunque sulla bici!
Per non dire inoltre che spesso, soprattutto dalle mie parti, ci sono tantissime aziende medio/piccole che producono e vendono abbigliamento da ciclismo di tutto rispetto a prezzi “umani”, che probabilmente saranno tecnicamente inferiori ai marchi TOP ma non con quel divario di prezzo di cui stiamo parlando.
Provano a mungere finchè va bene, ma non si rendono conto che poi non è più credibile passare da un giorno all’altro da 300 a 150 per un articolo, altrimenti non si vende più o si vende molto ma molto meno.
Caro Paolo,
la sua osservazione è più che condivisibile e tocca un punto centrale della questione. La criticità emerge nel momento in cui il valore percepito viene costruito più dal racconto che dalla sostanza, finendo per allontanarsi dal valore reale del prodotto. È lì che si crea la frattura, soprattutto agli occhi degli appassionati.
Un caro saluto,
Alberto
Abbassare i prezzi dell’abbigliamento se no la gente non compra più si tiene quello che ha!!!!!
Caro Giuseppe,
il prezzo, come giustamente dice lei, gioca un ruolo importante nel processo decisionale di acquisto. Particolarmente, poi, quando sul piano della qualità del prodotto non sembra esserci una corrispondenza adeguata.
Un caro saluto,
Alberto