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Home Editoriale

Prezzi, realtà e mercato: ascoltiamo i ciclisti del caso Wilier

Tantissime voci a parlare di mercato, sono i nostri lettori ieri letteralmente scatenati. Ecco cosa hanno detto

Guido P. Rubino di Guido P. Rubino
7 Novembre 2025
in Editoriale
A A
13
Wilier Triestina Cento10 Pro: aerodinamica a tutta e pronta per il debutto al Tour de France

Il dibattito nato sotto il post dedicato all’intervento di Wilier Triestina racconta molto della percezione del mercato. L’articolo dedicato all’azienda veneta, in realtà non riduceva la questione ai prezzi di mercato ma i lettori la pensano diversamente: il prezzo è, eccome, il problema. Nella risposta ai lettori il punto è risultato molto caldo.
Eppure, leggendo con attenzione i commenti, si scopre che dietro la polemica non c’è solo rabbia: c’è un malessere più profondo, fatto di distanza, di percezione e di fiducia incrinata.

“Costano come un’auto”: il ritornello che ritorna

Il primo tema che emerge è quello dei prezzi.
Molti ciclisti raccontano la sensazione di trovarsi davanti a un mercato fuori controllo, con bici da corsa che ormai “costano come un’auto”.
C’è chi ricorda i tempi in cui con duemila euro si portava a casa una bici di buon livello, e chi osserva che oggi quella cifra basta a malapena per entrare nella gamma “entry level”.
La sensazione è di un distacco crescente tra chi produce e chi pedala: “Si sono dimenticati del ciclista normale”, scrive qualcuno.
Un altro sintetizza così: “Con questi prezzi non si cambia più bici, punto”.

La pandemia è citata più volte come momento di rottura.

Quando la domanda esplose, i listini salirono e – come spesso accade – non sono più tornati indietro.
Il risultato è una percezione di ingiustizia: il mercato che aveva promesso libertà e innovazione oggi viene visto come esclusivo e distante.

I limiti del paragone con l’auto (e con la moto)

Molti commenti utilizzano un paragone ricorrente: “Una bici da 10.000 euro costa come un’auto”.
È un paragone comprensibile, ma impreciso.
Un’auto o una moto vengono prodotte in centinaia di migliaia di esemplari ogni anno, sfruttando economie di scala enormi, catene di montaggio globali e componenti condivisi.
Una bici, anche di un grande marchio, nasce in numeri infinitamente più bassi: poche migliaia di pezzi, con telai specifici e produzioni diversificate.
Questo incide sui costi di ricerca, sviluppo, materiali e lavorazione.

C’è poi un equivoco di fondo: paragonare una bici top di gamma a un’utilitaria.
Una bici da corsa di altissimo livello, progettata per gare professionistiche, non è l’equivalente di una city car.
Il paragone corretto sarebbe con una auto sportiva o una moto da pista – e, in quel contesto, una specialissima da 12.000 euro appare tutt’altro che fuori scala.
Il problema, dunque, non è solo quanto costa una bici, ma come la si confronta e quale valore le si attribuisce.

Il mercato è più ampio di quanto sembra

E qui sta un punto che nei commenti emerge solo in parte, ma che vale la pena ricordare: sì, esistono bici da 10.000 euro e oltre, ma il mercato non finisce lì.
Ci sono biciclette da corsa e gravel (soprattutto, visto che è un settore emergente) che partono ben al di sotto dei 2.000 euro – modelli base, ma già oggi molto più efficienti e affidabili se paragonati alle biciclette corsa di dieci o quindici anni fa.
Telai in alluminio evoluto, trasmissioni precise, freni a disco, geometrie ricercate: la tecnologia si è spostata verso il basso, portando qualità e diversificazione dove prima c’era compromesso.
Chi cerca una bici onesta per pedalare bene, senza velleità da professionista, ha ancora possibilità concrete.
Il problema è che il racconto dominante – quello delle aziende e dei media di settore – ruota quasi esclusivamente intorno ai modelli di vertice, alimentando la percezione che “tutte le bici costino troppo”.

Oltre il prezzo: la questione della fiducia

Al di là dei numeri, nei commenti emerge qualcosa di più profondo: una frattura di fiducia.
Molti ciclisti si sentono presi di mira da un marketing che ogni anno giustifica nuovi modelli, piccoli aggiornamenti e versioni “team replica”, come se il valore reale di una bici fosse la sua novità.
La sensazione è di essere trasformati da appassionati in consumatori ciclici, spinti a inseguire l’ultima tendenza tecnologica più che il piacere di pedalare.

La crisi del settore non nasce da una mancanza di amore per la bicicletta

Altri commentatori allargano lo sguardo: il problema, dicono, non è solo del mondo bici.
È del Paese.
Con stipendi fermi da vent’anni, è naturale che tutto sembri più caro.
E forse la bici non è diventata inaccessibile: è diminuito il potere d’acquisto.
La frustrazione si alimenta non solo con i prezzi, ma con la distanza tra l’immaginario promosso dall’industria e la vita reale di chi pedala il sabato mattina o va al lavoro in bici.

In Italia? Si produce ancora ma costi ed economia di scala non aiutano a contenere i prezzi.

Il timore del “nuovo mondo”

Molti lettori hanno espresso anche un’altra preoccupazione: l’arrivo dei marchi cinesi come produttori diretti.
Dopo anni da fornitori invisibili, i grandi produttori asiatici si affacciano sul mercato europeo con brand propri, capaci di offrire bici simili a costi molto più bassi.
Per alcuni, questo segna l’inizio di una nuova competizione feroce; per altri, è semplicemente la normalità di un mercato globale.
Ma tutti concordano su un punto: la bici europea, se vuole sopravvivere, deve trovare un equilibrio tra qualità, prezzo e identità.

Una fabbrica orientale

Tornare alla misura

In fondo, i commenti raccontano una cosa semplice: il ciclismo non è cambiato solo come sport, ma come cultura.
Le aziende hanno spinto sul sogno, ma hanno perso il senso della misura.
E i ciclisti – anche quelli disposti a spendere – chiedono ora autenticità: meno marketing, più sostanza.
Non vogliono tornare indietro, ma ritrovare un equilibrio tra innovazione e realtà, tra passione e sostenibilità economica.

Nasce dal fatto che troppi ciclisti, oggi, non si riconoscono più in chi gliela vende.
Ritrovare quel legame non richiede un nuovo modello o un gruppo elettronico più efficace, ma un cambio di mentalità: capire che la bici resta, prima di tutto, un simbolo di libertà e di accessibilità.
E che solo da lì può ripartire davvero.

Tag: editorialeevidenzamercatoprezziPrezzi biciclettewilier triestina

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Commenti 13

  1. danilo mordini says:
    1 mese fa

    Non dimentichiamo che non è solo la bici acostare cara ma anche il vestiario le scarpe e indumenti vari che fanno nel totale lo sport più caro che ci sia.Non mi ritrovo più in questo mondo è solo ingordigia e speculazione

    Rispondi
  2. Antonio says:
    1 mese fa

    Buongiorno direttore,

    sono un ciclista di xc (MTB) ma seguo con passione la “tecnica” di BDG e gravel (tanto prima o poi l’aero arriverà anche da noi).

    Non si può negare l’evidenza, le bici e in particolare quelle da corsa sono sovraprezzate in maniera esagerata. Certo la colpa è sicuramente del mercato che continua a comprare modelli “nuovi” solo perchè il telaio è del 5% più aerodinamico (ma poi giriamo a 30km/h) o 200g più leggero (ma ci portiamo dietro 5kg di peso corporeo “lavorabile”) ma anche delle case, l’esempio banale è proprio la differenza tra i prezzi di una MTB full e una bici da corsa, mi spiego meglio: tutti i brand che hanno a catalogo le due tipologie producono telaio, ruote, manubrio/reggisella ecc… e non producono invece altro come trasmissione, sella (a volte) ecc… con la differenza che mentre la MTB deve “acquistare” le sospensioni (pagandole intorno ai 1000-1500€) da un fornitore esterno, la bici da corsa se le produce “in casa” pur costando solitamente più della controparte a ruote tassellate.

    Incredibile non voler ammettere che le case ci marcino sopra, altro caso esempio sono gli pneumatici: a parità di “livello” uno da strada costa sensibilmente più di uno da MTB pesando forse la metà ed essendo realizzato con materiali del tutto paragonabili, possono raccontarci che la ricerca e sviluppo conti ma tra un gp5000 (praticamente liscio) e uno pneumatico da gara MTB studiato per undeterminato tipo di terreno specifico forse tra i due è il secondo a richiedere più ReD.

    Insomma è una presa in giro e si dovrebbe tornare a comprare bici usate e probabilmente evitare il carbonio, tanto se dal lunedì al venerdì per lavoro non vi sedete su una sella poco cambierà.

    Rispondi
  3. stradiotto thomas says:
    1 mese fa

    E ci metto la ciliegina sulla torta io .la gran parte di chi lavora dentro o attorno al settore…SE NN RIESCE A FARSI TIRAR FUORI BICI-PEZZI -ABBIGLIAMENTO TRAMITE RAGGIRI AZIENDALI ECC…neanche ci pensa a fare questo sport.!si ingrassano di immagine su cose GRATIS…ma neanche ci pensano a spendere o pagare rate x prezzi così cari x il settore BICI.

    Rispondi
    • Redazione says:
      1 mese fa

      il commento lo pubblichiamo, ma non è che si capisca tanto. Se vuole spiegarsi meglio…

      Rispondi
  4. Adriano says:
    1 mese fa

    Siete troppo cari vi siete montati la testa
    Vergogna.

    Rispondi
  5. Mauro says:
    1 mese fa

    Tutto condivisibile o quasi; nel tempo quasi nessuno degli addetti al settore
    “ha fatto i soldi”, qualcosa vorrà pur dire, il costo è troppo alto è vero, ma nessuno o quasi accetta di pedalare su una bici di medio e basso livello, spesso c’è la gara a chi sfoggia la bici migliore, per quanto riguarda il corsa quasi più nessuna azienda propone un modello in alluminio, tantomeno gruppi al di sotto del 105; bisogna quindi riflettere sulla categoria di richiesta, non tutti necessitano di dura ace. Di2 etc. anche se legittimo acquistare un prodotto top di gamma per la sola gratificazione di possederlo; lo ammetto vendo bici, ma posso assicurare che l’intero settore non naviga nell’oro, dal produttore al venditore, i prezzi sono ingiustificabili è vero ma la spasmodica ricerca del massimo livello, per i marchi blasonati, sempre parlando della strada, costretti a sborsare cifre impossibili solo pochi anni fa per una squadra di medio alto livello, modelli ogni anno rinnovati portano i prezzi in alto, se ci fosse davvero margine di guadagno altissimo non sarebbero intervenuti fondi di investimento e finanziatori a “coprire” buchi economici sempre più grossi da parte di produttori, considerato anche quante aziende hanno già chiuso o sono al limite di sostenere la presenza sul mercato.

    Rispondi
  6. Alessandro A. says:
    1 mese fa

    Buongiorno, sono d’accordo con chi evidenzia il fatto che il potere d’acquisto dei più si è fermato a 20 anni fa, ma i prezzi continuano ad aumentare, non solo per le biciclette. Solo negli ultimi 4 anni molti prodotti sono aumentati del 60%, gli stipendi degli italiani sono fermi. Dove ci porterà questa tendenza? Meditate gente.. meditate

    Rispondi
    • Claude says:
      1 mese fa

      Tutti semiprofessionistic,? Poi girano in 20 su strade che non sopportano più , il traffico di una volta e superare un ciclista ci vuole attenzione ( buchette a 30 cm dalla riga ghiaietto o sporco equilibrio non sempre perfetto) 2 molta attenzione 3 diventa,difficile 4 , in 7/10/15 auguri se poi fanno le rotonde

      Rispondi
  7. Alfonso says:
    1 mese fa

    Una forma di aiutare a questo problema del prezzo altissimo sarebbe che il governo emanasse una legge che escludesse l’IVA dal prezzo, come avviene in molti paesi (ad esempio, il Giappone), si otterrebbe inizialmente una riduzione del 22%, una cifra significativa. La giustificazione sarebbe che la bicicletta è il mezzo di trasporto meno inquinante al mondo.

    Rispondi
  8. Nando Simonini says:
    1 mese fa

    Penso in fondo che lo start alle aziende di bici e tutto quello che ci gira intorno lo abbiamo dato noi. Io mi ci metto per primo: vado in bici 2/3 volte a settimana, percorro circa 6/7mila km all’anno e inegli ultimi 5 anni ho cambiato due bici di buon livello. Se dovessi calcolare il costo bici più gli interventi meccanici e abbigliamento (perché anche quello cuba) lo stress psicologico e l’ansia che ti procurano gli automobilisti che ti passano a 10 cm e la moglie che rompe le scatole quando appena ti vesti per una fugace uscita (non con l’amante) ma per una serena biciclettata, lo stress di essere perfettamente in forma: perché se hai le ciambelline sui fianchi in quella salita puoi perdere anche 4 secondi..! Bè allora farei bene a rifocillarmi di pizzoccheri, andare a piedi e avere l’amante che con i tanti denari risparmiati di cui sopra andrei a farmi delle vacanze, finalmente grassoccio ma felice! Cavoli che stress! A parte le battute da cabaret è pure vero che di tanta tecnologia non ne abbiamo bisogno. Continuo col dire: andiamo a vedere le bici non di Moser, andiamo troppo indietro, ma del Pirata, vi rendete conto? Pedalavano pure loro! Io quando entro in negozio non voglio nemmeno vedere in ombra una bici che sia sotto ai 5k, non perché sono ricco, anzi, ma voglio telai leggeri, montature top.. ma poi in fondo per farne che? Vero è che abbiamo sempre una scusa e ci auto convinciamo che il vecchio (due/tre anni!) sia obsoleto e da svendere, qui si aprirebbe un altro scenario…
    Penso che in fondo abbiamo perso, noi, i produttori e tutto quello che ci sta intorno il senso della misura condito con un senso di esaltazione collettiva.

    Rispondi
    • Redazione says:
      1 mese fa

      Praticamente quel che abbiamo appena commentato qui: https://cyclinside.it/prezzi-la-bici-non-e-piu-una-bici-e-diventata-uno-smartphone-a-pedali/
      Grazie del commento, Nando.

      Rispondi
  9. Roberto Ferrari says:
    1 mese fa

    Smettiamola di paragonare una bici top di gamma con una Ferrari o una moto gp , è un paragone che non esiste ,sono solo bici con prezzi fuori di testa e ingiustificati … arriveranno i cinesi con vendita diretta ,e poi vediamo dove finiscono i grandi marchi

    Rispondi
  10. Paolo says:
    1 mese fa

    Io vorrei vedere i costi aziendali di una bicicletta, anche top di gamma, visto che di manualità ormai c’è ben poco perchè viene fatto tutto a Taiwan.
    Poi anche la componentistica che si compra da fuori (gruppi, ruote, selle, etc…) viene fatta in milioni di pezzi, volete dirmi che i costi di produzione poi giustificano 2-3-4 mila euro per un paio di ruote?
    Corro in bici da più di 45 anni, all’epoca in strada c’erano solo gli agonisti (“veri” o amatoriali) e solo qualche sporadico appassionato, mentre adesso ci sono “cani e porci” che pesano 90 kg ma per scalare il Manghen vogliono la componentistica più leggere per fare il tempo su Strava, ed è giusto che chi fa bici spenni questi polli, ma questa iper-diffusione delle bici ha fregato tutti gli altri, con la rincorsa a nuovi modelli sempre più recenti, più performanti (fare il Manghen in 2 minuti in meno… vuoi mettere?) ed ovviamente sempre più costosi.
    Per non parlare poi che una volta c’era anche un buon mercato dell’usato perchè le bici erano abbastanza paragonabili alle nuove, ora dopo 2 anni una bici non è più appetibile perchè ci sono almeno 2 modelli di differenza, peggio degli smartphone.
    E torniamo alla domanda di partenza: quali sono i costi di produzione e che margine hanno le aziende produttrici (non i rivenditori, che quasi sempre hanno prezzi imposti)?

    Rispondi

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Iscrizione al Registro degli Operatori della Comunicazione con registrazione n° 35370 aggiornata 8 ottobre 2020.

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