Era pianura e non giriamoci intorno. Perché quando i francesi dicono “quarta categoria” sai già che è poco più di un cavalcavia. E se è salita fattibile da una due cavalli in quarta marcia vuol dire che non si stacca alcun velocista minimamente in forma. Per renderla più spettacolare, va dato atto, anche la presenza del pavé è stata apprezzata. I corridori (si veda più in basso) ci hanno messo del loro.
A sparigliare la situazione ci ha pensato il vento. Segnalato forte e sempre di più. Alla fine il ventaglio si è aperto, per mossa di un Vingegaard già sul pezzo ben tenuto d’occhio dal nemico giurato Pogacar. E dietro non sono rientrati più.
Chi c’è c’è, in questi casi e chi non c’è sono già nomi importanti: Evenepoel, Roglic, ma anche Milan, per cui è sfumato il sogno giallo del primo giorno.
Ci hanno visto benissimo, invece, quelli della Alpecin che hanno portato in volata Philipsen guidato benissimo dal solito van der Poel. Per loro tappa e maglia di forza. Secondo Girmay. Quinto il nostro ottimo Matteo Trentin.
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Il racconto della tappa
Alle ore 13, 10 minuti e 35 secondi la bandierina bianco e gialla con il logo del Tour de France è andata a cercare il vento per dire “via”, che il Tour de France abbia inizio. Le gomme tubeless, ormai, hanno iniziato a percorrere l’asfalto di Lille compostamente dietro l’auto rossa di Christian Prudhomme, patron della corsa e padrone di casa da qui al 27 luglio. Dieci chilometri turistici prima del via ufficiale e della lotta vera verso la prima maglia gialla.
Pare ci sia vento, hanno detto subito dalla corsa, alla ricerca di qualcosa da dire prima di una volata che alla vigilia appariva molto scontata nonostante le quattro côte, ma di quarta categoria, sparse sul tracciato.
La prima tappa del Tour de France è diversa da tutte le altre anche se è un piattone unico, perché in palio c’è la maglia gialla. Un trofeo pazzesco che chiunque abbia un minimo di possibilità di raggiungerla non si fa mancare l’occasione. E spesso anche chi non ha possibilità si butta dentro lo stesso per provare a conquistarla. Vale troppo, al punto che vada come vada, anche a costo di rischiare di più.
C’è da fare attenzione per i pretendenti alla vittoria finale che finire la corsa malamente sull’asfalto o fuoristrada è un rischio concreto in tappe di questo tipo. Forse una volta c’era meno preoccupazione per i pretendenti al trono: chi è che si permetteva di far correre rischi a un Hinault o a un Moser? Roba da giocarsi le possibilità per altre future tappe. Guai a fare un torto ai senatori.

Il gruppo “sputa” la fuga
Pronti-via il gruppo “espelle” la fuga, la spunta in avanti e poi si ricompone in forma tranquilla. Si chiacchiera, chi ne approfitta per una sosta fisiologica che chissà da quanto se la teneva visto che il via di una corsa è sempre cosa lunga, chi parlotta con l’ammiraglia che già soffia – letteralmente – avvisi di prossimo vento a dar fastidio sul percorso.
La prima scivolata? Filippo Ganna, ritirato
Un’occasione buttata via dieci volte quella di Filippo Ganna. Per lui una scivolata sfortunata a più di cento chilometri dal traguardo e un rientro che ci fa ancora più male: letteralmente mostruoso, roba che ci ha fatto pensare potesse fare qualsiasi cosa a questo Tour de France. Una dimostrazione di classe che è stata, però, anche un passo d’addio perché la botta che Ganna ha dato alla schiena è stata importante. Così forte che alla fine si è dovuto ritirare. Un peccato che ci ripeteremo per tutte le prossime tappe.

Il ventaglio può attendere. Il vento no
Alberi che pendono da una parte, biciclette dall’altra: è il vento che spinge e gli alberi cedono mentre le biciclette reagiscono cercando di contrastare. Ventaglio? Si potrebbe, ma a 100 e passa chilometri dall’arrivo della prima tappa del Tour de France forse non c’è già voglia di fare già un’azione che porterebbe a disastri, quindi fatica che poi non smaltisci più. Meglio aspettare allora.
Il nervosismo, intanto, fa riprendere al fuga perché quando stai lì che cerchi di andare davanti a tutti i costi finisci col far aumentare l’andatura del gruppo e chiudere tutti i buchi. Dietro, intanto, qualche vittima sacrificale al dio Eolo la si trova pure: Lenny Martinez e Lipowitz. Niente di grave ma tante energie sprecate.
Tra forature e problemi meccanici, il gruppo, nelle retrovie si perde un po’. Il vento, stavolta, non è solo un’immaginazione dei commentatori.
Per Lenny Martinez a fine giornata ci vorrebbe il premio di forzato della strada. La sua fuga l’ha fatta a rovescio: sempre a inseguire. Un vero calvario il suo.
Vingegaard ha aperto il ventaglio
Per il ventaglio bisogna aspettare il finale. A 16 chilometri dal traguardo la strada ha girato rispetto al vento che iniziato a soffiare forte laterale. La Visma, con Vingegaard in testa, ci ha provato subito a far partire la girandola del ventaglio e il gruppo si è spezzato inesorabilmente. Dietro sono rimasti nomi importanti: dal nostro Milan a Evenepoel, a Roglic e anche Merlier.
Prima volata col botto (il pavé insegna)
Sul pavé si scivola, lo sapevate? Lo ha capito bene Benjamin Thomas che è partito a tutta e con tanta foga su Vercher che la bicicletta lo ha letteralmente disarcionato, sbattendolo per terra assieme all’innocente compagno di avventura. Che botta. E il pavé è davvero duro, tante volte non ne fossero stati a conoscenza, ora lo sanno.
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