C’è qualcosa di profondamente sbagliato nel modo in cui stiamo commentando l’episodio di oggi a Lanzo Torinese. Un automobilista ha litigato con alcuni ciclisti, li ha investiti e, secondo quanto riportato, è tornato indietro per colpirli nuovamente. Un fatto di una gravità enorme, sul quale saranno gli organi competenti a ricostruire responsabilità e dinamica.
Ma sui social il processo è già cominciato. E, ancora una volta, sul banco degli imputati finiscono i ciclisti invece del criminale (come definire diversamente un comportamento così?
Non importa quasi più che cosa sia accaduto. La discussione scivola immediatamente sul comportamento di chi era in bicicletta: avranno provocato? Saranno stati in mezzo alla strada? Avranno insultato? Avranno fatto qualcosa che, in qualche modo, può spiegare la reazione?
Ma anche senza queste considerazioni: visto che molti ciclisti si comportano male, automaticamente si finisce col giustificare o, almeno, comprendere il comportamento criminale.
È un meccanismo pericoloso che finisce per diventare complice.
Perché una cosa è discutere dei comportamenti sbagliati dei ciclisti. Se un ciclista infrange il codice della strada, lo si può e lo si deve dire. Esattamente come si deve fare con un automobilista, un motociclista o un pedone. Un’altra cosa è costruire una giustificazione collettiva per un atto di violenza.
Un tempo chi coltivava un’ostilità esasperata verso una categoria, chi trasformava il proprio disagio in aggressività, aveva intorno a sé un limite sociale. Poteva essere criticato, isolato, ricondotto alla ragione. O almeno percepiva di esserlo. Oggi può aprire un social network e trovare immediatamente decine, centinaia di persone che confermano la sua convinzione. Non è più solo.
Trova qualcuno che dice che “i ciclisti se la cercano”. Qualcun altro che racconta di averne incontrato uno arrogante. Un altro ancora che generalizza a partire da un episodio personale. E così, commento dopo commento, l’eccezione diventa regola, la rabbia diventa opinione e l’opinione diventa una sorta di autorizzazione morale. È il branco digitale.
E il problema non sono le critiche ai ciclisti. Il problema è quando si perde completamente la capacità di distinguere tra una critica e una giustificazione. Un ciclista può essere maleducato. Può essere imprudente. Può violare una regola. Ma nessuno di questi comportamenti trasforma un investimento volontario in una risposta accettabile. E soprattutto non autorizza una comunità digitale a costruire, a posteriori, una colpa che renda la violenza più facilmente digeribile.
Dovremmo stare molto attenti a questo meccanismo. Perché quando una persona aggressiva scopre di non essere più sola, quando trova una comunità pronta a darle ragione, la sua percezione della realtà cambia. Non si sente più fuori posto, ma dalla parte giusta. Ed è forse questa la cosa più inquietante di quello che sta succedendo sui social: non stiamo semplicemente assistendo a una discussione sui ciclisti.
Stiamo osservando quanto facilmente una società possa trasformare la ricerca di un colpevole nella giustificazione di chi ha usato la violenza. E questo sì, dovrebbe preoccuparci tutti.
Il commento del direttore:
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Considerando che sui social vengono giustificati stupri e femminicidi dicendo che le donne se lo sono cercato, non mi sorprende nulla.
Sorprendiamoci invece, e indigniamoci sempre!
-g
Hanno tapezato Italia di piste ciclabili e li troviamo puntualmente in mezzo alla strada dove dovrebbe essere vietato passare, perché mettono a rischio tutti e provocano incidenti, spesso ti insultano sensa un motivo… So solo una cosa, che la strada diventata per tutti tranne che per auto, abbiamo moto che ti sopoassano da tutti i lati, monopattini che trovi sulla curva contro mano, gruppo di ciclisti in mezzo che ti fanno rallentare e creano disagi e la coda… Guidare diventato uno stress, e una giungla
Il problema è esattamente il contrario
Grazie Direttore per questo editoriale, conforta un po’. Per fortuna non è finita peggio.
È che ti prende lo sconforto constatare di come la violenza stradale e la mancanza di senso civico e del bene comune siano dilaganti tra le nostre strade. Avendo scelto la bici come mezzo per recarmi a lavoro, per accompagnare mio figlio a scuola, come mezzo per godermi la vita, lo noto sempre di più assieme a un crescente senso di insicurezza. Tutto questo odio poi che si manifesta e si propaga via social, da cui non si sottraggono neanche i politici, e che percepisci quando sei un utente debole mi fa chiedere man come siamo arrivati a questo punto? E cosa possiamo fare noi che non abbiamo voce, che desideriamo delle strade più sicure e delle città più vivibili? Con stima
C’ e’ odio verso i ciclisti in quanto tali.
Ottima valvola di sfogo per le frustrazioni degli utenti motorizzati