Della vecchia, ormai leggendaria, cronosquadre restano le briciole. Disciplina difficile, complicata, ora riassunta nella mixed relay, che a Montréal è valsa una meritata medaglia d’oro ai corridori italiani.
A guardarla si ritrova uno dei principi fondamentali di quella specialità: non vince semplicemente il gruppo con i corridori più forti. Vince il gruppo che riesce a mettere insieme le proprie forze nel modo più efficiente.
Dalla televisione forse si percepisce poco. In una cronometro individuale il corridore deve soprattutto gestire se stesso. In una cronosquadre deve gestire anche gli altri. Una tattica che a che fare con la propria fatica ma anche con quella dei compagni di squadra. Pensare solo a se stessi fa perdere tutti. Non si scappa.

La scia non è soltanto stare dietro
La prima cosa da capire è che stare in scia non significa semplicemente seguire la ruota di chi precede. Significa mantenere una posizione precisa, con distanze molto ridotte e soprattutto costanti.
La ricerca aerodinamica sulle cronosquadre ha mostrato quanto possa essere importante il drafting. Una formazione compatta di sette, otto o nove corridori può avere una resistenza aerodinamica media molto inferiore rispetto a quella di un corridore isolato. Lo studio condotto con simulazioni CFD e verifiche in galleria del vento ha stimato, per una fila ravvicinata, una resistenza media circa dimezzata rispetto a quella di un singolo atleta.
Naturalmente questo non significa che ogni corridore risparmi esattamente la metà della propria potenza. L’aerodinamica di una fila è più complessa: cambia la posizione nella formazione, cambia la distanza tra le biciclette, cambia il vento e cambia anche la geometria della squadra che cerca di pedalare compatta.
Ma il concetto è chiaro: la squadra deve costruire una sorta di corpo aerodinamico collettivo.
L’affiatamento, a questo punto, è tutto.

Il corridore più forte non deve necessariamente tirare di più
Pensiamo a un corridore come Filippo Ganna. In una squadra è evidente che la sua capacità di produrre potenza possa essere un’arma importante. Ma sarebbe un errore pensare che il suo compito sia semplicemente quello di andare più forte possibile davanti agli altri.
In una cronosquadre il problema è esattamente l’opposto, altrimenti rischierebbe di distruggere l’equilibrio della formazione. Può fare una tirata più lunga, oppure sostenere una velocità superiore per un tratto, ma se porta il gruppo oltre la capacità degli altri componenti, il vantaggio si trasforma rapidamente in una perdita.
Più che di forza pura è questione di distribuzione della potenza.
Il corridore forte deve quasi diventare un regolatore della squadra. Deve sapere quanto accelerare, quanto restare davanti e quando rientrare in fila. Gli altri devono riuscire a seguirlo senza andare fuori giri. E il passaggio da un corridore all’altro deve avvenire senza strappi.
La cronosquadre, in questo senso, è una disciplina nella quale la prestazione individuale viene subordinata alla prestazione collettiva. Abbiamo visto alcuni team che si sono disuniti a causa del poco affiatamento.
Anche il cambio di posizione costa
Un gruppo ben organizzato non è soltanto una fila di biciclette che procede veloce. È una sequenza di variazioni di sforzo continue per tenere il gruppo più regolare che si può.
Quando un corridore si trova davanti a tirare il suo sforzo aumenta, quando si lascia sfilare dagli altri deve diminuire lo sforzo per farsi passare senza costringere gli altri ad accelerare rompendo il ritmo.
Se ogni cambio viene fatto con un’accelerazione brusca, una parte dell’energia prodotta dalla squadra viene spesa per ricostruire l’ordine della fila.
Da fuori può sembrare quasi una questione di stile: corridori che si avvicendano con movimenti perfettamente sincronizzati. In realtà è efficienza meccanica e aerodinamica.
Più la fila è regolare, meno energia viene sprecata. Tra i ciclisti e le cicliste ci deve essere affiatamento totale. Occorre “sentire” cosa fanno gli altri anche senza vederli, il cambio si dà sfiorando i compagni per deformare il meno possibile quella “bolla” d’aria che li rende compatti, che crea la turbolenza minore.
La vecchia 100 km era l’esaltazione della squadra
Dal 1962 al 1994 il campionato del mondo a squadre maschile si disputava su percorsi di circa 100 chilometri con quattro corridori per squadra. L’ultima edizione fu quella di Agrigento, nel 1994, vinta dall’Italia in 1 ora, 57 minuti e 54 secondi, a una media di 50,891 km/h.
Erano altri tempi, naturalmente. Biciclette, ruote, pneumatici, posizioni in sella e materiali aerodinamici erano molto diversi da quelli attuali.
Ma la logica della gara era già quella che conosciamo: quattro corridori dovevano diventare una squadra sola, un blocco aerodinamico unico.
Non era soltanto la capacità dei quattro di spingere forte, ma la possibilità di ridurre il costo aerodinamico del gruppo, distribuendo il lavoro e facendo correre la squadra più velocemente di quanto avrebbe potuto fare ciascun corridore da solo per una distanza così lunga.
La vecchia 100 km, insomma, era una grande dimostrazione pratica di aerodinamica applicata alla bicicletta, anche quando l’aerodinamica non aveva ancora gli strumenti di oggi per essere misurata e modellata.
Oggi la bicicletta è diventata più veloce. La scia è rimasta
Nel frattempo è cambiato praticamente tutto.
Le biciclette da cronometro sono progettate intorno alla riduzione della resistenza all’avanzamento. I corridori utilizzano posizioni molto più studiate, abbigliamento specifico, caschi, ruote e componenti progettati per lavorare insieme. Anche la distanza tra il corridore e ciò che lo segue può avere effetti misurabili sul flusso dell’aria: non a caso l’UCI ha modificato le distanze minime dei veicoli nelle cronometro proprio per evitare vantaggi aerodinamici indesiderati. Una volta, quando non c’era l’obbligo di ruote di uguale diametro sulla bicicletta, si utilizzava un’anteriore più piccola, da 24 pollici (al posto delle normali 26” delle bici da crono) proprio per favorire la compattezza del quartetto.
A non cambiare rispetto al passato è l’aria. Se sei davanti, prendi tutta la resistenza aerodinamica. Se sei dietro, puoi sfruttare il lavoro di chi ti precede.
E più la velocità cresce, più questa differenza diventa importante.
Per questo la cronosquadre moderna non è semplicemente una gara di watt. È una gara di watt utilizzati nel modo giusto e anche abilità.
Il vero materiale della squadra è l’affiatamento
È probabilmente questo il particolare più interessante che resta della cronosquadre tradizionale.
Si possono scegliere sei corridori molto forti, metterli sulle migliori biciclette da cronometro disponibili e fornire loro tutto il materiale aerodinamico possibile. Ma se non riescono a stare insieme, una parte del vantaggio teorico scompare.
I due terzetti della staffetta mista devono sapere quanto si può andare forte senza rompere la formazione. Devono conoscere il ritmo di ciascun corridore, del più potente e del più debole. Si devono anticipare le curve, le salite, i cambi di ritmo e le accelerazioni. Si deve soprattutto evitare che ogni singolo passaggio davanti diventi una piccola gara nella gara.
È una specialità nella quale il corridore più forte può essere determinante proprio quando rinuncia a dimostrare di essere il più forte.
Ed è forse questa la lezione più interessante che arriva dalla vecchia 100 km fino alla mixed relay di oggi: l’aerodinamica ha cambiato le biciclette, ha modificato le posizioni e ha reso molto più scientifica la ricerca della velocità. Ma la scia continua a richiedere la stessa cosa di sempre: stare insieme.






























Ho sempre seguito il ciclismo con grande passione e ne apprezzo tutte le specialità.Complimenti per i medagliati ai mondiali di Montreal. Saluti cordiali. Lilli Reolon