A mente fredda la tragedia Muriel Furrer, lasciata agonizzante per oltre un’ora, senza che nessuno, durante la gara Junior femminile al Mondiale di Zurigo, se ne accorgesse fa sempre più male.
Quando saliamo in bicicletta accettiamo più o meno consciamente un pericolo. Sappiamo che la bicicletta è un equilibrio instabile per forza di cose, ma abbiamo la sicurezza di capacità ed esperienza. Quando prendiamo parte a una gara ci prendiamo dei rischi che, normalmente, non assumeremmo. È intrinseco nell’agonismo il dare di più in tutti sensi, come sforzo e come capacità tecniche da portare al limite.
Quello che non si riesce ad accettare è che in una gara di quel livello possa un’atleta possa cadere alle 11.03 ed essere soccorsa alle 12.33, così si legge nei report dell’evento.
Cosa si può fare?
Se è facile dire “inaccettabile” non lo è altrettanto pensare a una soluzione che non lasci spazio a incidenti. Un gruppo che si disintegra durante una gara lascia atlete e atleti sparsi per lunghi tratti. Impossibile pensare di coprire tutti e, anche disponendo di staffette a sufficienza (ma non ci lamentiamo spesso che ci siano troppe moto in corsa?) c’è un margine di tempo fisiologico per coprire tutti. Insomma, il momento in cui un ciclista è “all’ombra” da tutti può capitare, impossibile pensare al contrario.
Aiuti tecnologici?
Dove non si arriva umanamente si può compensare con la tecnologia. Se la povera Muriel avesse avuto la radio avrebbe potuto chiamare aiuto in quei tragici minuti infiniti? E se era già svenuta?
Per chi pedala tutti i giorni ci sono diversi sistemi di sicurezza a disposizione. Dopo una banale scivolata, mesi fa, a momenti non me ne ricordavo più, il mio Garmin ha iniziato a emettere un segnale d’allarme perché nelle impostazioni – nemmeno ricordavo più di averlo configurato – prevede di chiamare un numero d’emergenza segnalando l’emergenza e la posizione. Ovviamente l’ho fermato prima che partisse la chiamata ma intanto, nei limiti della copertura telefonica, è un sistema di sicurezza efficace.
In quella gara poteva esserci anche un altro sistema: tutti i corridori, nelle gare importanti almeno, hanno un trasponder sulla bicicletta che segnala il passaggio sul traguardo. Serve a prendere i tempi all’arrivo, assieme ai sistemi di fotofinish e segnalare il regolare passaggio dell’atleta. Non è certo un sistema di sicurezza (non è presente sulle biciclette di scorta, ad esempio) per cui un mancato passaggio sul traguardo potrebbe significare, semplicemente, che il corridore ha cambiato bicicletta lasciando quella col trasponder ai box (presenti al Mondiale). Di certo nessuno si è preoccupato, né si preoccupa mai, di verificare se sul traguardo manchi qualcuno e dove sia.
Il sistema per controllare, insomma, può esserci ancor prima di ricorrere alle radio cui subito si è puntato il dito come sistemi di sicurezza sacrosanti ma anche criticate perché usate per stabilire la tattica di gara direttamente dall’ammiraglia sottraendo inventiva ai corridori.
Però bisogna pensarci, a iniziare dall’UCI fino alle associazioni dei corridori, perché una certezza l’abbiamo: un episodio come quello della povera Muriel Furrar non deve ripetersi mai più.


































