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Home Gravel

Sono tornato in corsa a 50 anni. E vi racconto

Il Campionato italiano Gravel 2025 è stata per noi occasione di cimentarci di nuovo in corsa. Ecco come è andata

Maurizio Coccia di Maurizio Coccia
5 Agosto 2025
in Gravel, Preparazione
A A
1
Sono tornato in corsa a 50 anni. E vi racconto

Un bel po’ di tecnicismo della guida mtb unita alla scorrevolezza della specialissima stradale; la prontezza allo scatto della guida su asfalto e assieme a questa quel “dolce” crepitio del copertone che calca lo sterrato; il profumo, l’ombra e i colori del sentiero in sottobosco e poi il vento in faccia che ti “massaggia” quando fai alte velocità: da quando l’ho scoperta, una decina di anni fa, mi sono letteralmente innamorato della specialità gravel.

A mio modo di vedere è molto più che semplice via di mezzo tra bici da corsa e mtb: non è un caso che “gravel” oggi sia diventato quasi un modo di essere tra gli appassionati delle due ruote, è uno spirito, un “mood”, che per certi versi fa anche tendenza, ma che secondo me è tutt’altro che una moda.

Foto Carlo De Santis

Fatto è che a 50 anni esatti, grazie (o per colpa?) del gravel sono tornato a praticare la declinazione più estrema ed esasperata del ciclismo, quella dell’agonismo.

L’agonismo sì, mondo che praticamente avevo abbandonato da 15 anni, dopo aver gareggiato da giovane con la mtb ed essere passato poi nel mondo delle granfondo “strada”; in entrambi i casi lo avevo fatto a buon livello, seppur mai da professionista.

Foto Carlo De Santis

L’ occasione che ha riacceso in me la “miccia” è stata il Campionato italiano gravel che si è svolto quest’anno sul Monte Amiata, a fine luglio dove a vincere sono stati Mattia Gaffuri e Carlotta Borello.

A primavera inoltrata, quando ho saputo dell’evento, mi sono detto quasi per scommessa: «Perché non provare? Perché non tornare a misurarmi se il banco di prova è una disciplina che mi affascina così tanto?».

Foto Carlo De Santis

Detto e fatto: naturalmente al Monte Amiata ho gareggiato da amatore, nella categoria “Master 5”.

Quella fiammella agonistica

Foto Carlo De Santis

Ciò che mi ha portato a scrivere questo pezzo non è certo darvi noia con la mia personale cronaca di gara. Piuttosto vorrei dire la mia ai tanti che come me hanno sempre accesa sotto la cenere la “fiammella” agonistica, quella che magari per impegni personali, familiari, professionali e anche per un po’ di paura, hanno volutamente e forzosamente tenuto in “stand-by”.

Nel caso mio, a 35 anni ho smesso con le corse perché sia fisicamente ma soprattutto mentalmente non mi sentivo più all’altezza di gareggiare per puntare alle classifiche assolute. Così, da quel momento in poi ho continuato comunque ad andare in bici, ma lo ho fatto per il puro piacere e passione della fatica e dei chilometri, perché no per fare test e collaudi per questa testata tecnica, ma senza più pensare a competere in forma “ufficiale”.

Foto Carlo De Santis

Poi il gravel ci ha messo del suo: ha sempre stimolato il mio interesse e “l’italiano” del Monte Amiata organizzato non troppo lontano da dove vivo è stata l’occasione giusta per provare questo che spero non sarà neanche l’ultimo di questo mio “ritorno” in corsa.

Vi racconto allora cosa si prova e quale secondo me è l’approccio migliore per tornare a mettersi il dorsale sulla schiena quando non si è più giovani: sia dal punto di vista tecnico, ma soprattutto mentale.

Motivazione “Master”

La motivazione è ovviamente la prima molla che nella vita muove tutto, agonismo in bici incluso.

Ora, le motivazioni che può avere un “categoria Master” sono evidentemente diverse rispetto a quelle che può e deve avere un agonista “ufficiale”. «La gara è prima di tutto contro te stesso»: provi a ripeterti e ti senti dire in giro con frequenza qualora ti capitasse di trovarti in una situazione come la mia, ovvero gareggiare in non più tenera età. Sì, ma diciamocelo chiaramente: quando sei lì in griglia pronto a partire, gli avversari ce li hai fianco a fianco, ed è impensabile non farci i conti e ragionare sulle tattiche per batterli.

Ritornare in corsa a 50 anni? Ti fa un po’ tornare bambino

È proprio qui che a cinquant’anni serve non farsi prendere troppo la mano: i tuoi avversari diretti, semmai, sono quelli dalla tua categoria d’età, al massimo devi pensare a impostare la tua tattica su di loro, individuarli nel gruppo, evitando di rincorrere chiunque.

Dentro la corsa

All'”italiano” sul Monte Amiata i primi chilometri di gara sono stati velocissimi; la giuria ha fatto partire noi delle categorie Master con il necessario ritardo rispetto al via dei professionisti, ma non è bastato per evitare che nella prima parte di gara le numerose categorie amatoriali si trovassero tutte assieme, a formare un “gruppone” che quasi ci si sfiorava l’uno con l’altro.

Partenze debitamente scaglionate per le varie categorie. Ma non è bastato a riaccorpare un folto “gruppone” di amatori nella prima parte di gara – Foto Carlo De Santis

Se non bastasse la prima parte di gara era prevalentemente in discesa, dai 900 metri di Abbadia San Salvatore alle colline più in basso della Val d’Orcia: potete presto immaginare la tensione e l’attenzione ad essere tutti lì appaiati.

Nonostante la concitazione della ora parte di gara, è stato impossibile non gettare uno sguardo allo scenari mozzafiato della Val d’Orcia Sullo sfondo, l'”Amiata” – Foto Carlo De Santis

Così, il primo tratto di sterrato, dopo quindici chilometri, lo vedevi quasi come una liberazione, perché ti aspettavi che il gruppo lì si scremasse e di conseguenza rischiassi meno.

Nulla di tutto questo: sono serviti ben tre tratti di sterrato prima che la massa degli amatori si setacciasse strada facendo, rendendo i primi trenta chilometri di gara una scossa continua di adrenalina e di attenzione da prestare alla guida.

I primi 5 chilometri ad andatura controllata – Foto Carlo De Santis

La situazione si è stabilizzata qualche chilometro dopo, quando le gambe hanno cominciato ad accumulare chilometri e dislivello e il gruppone è via via diventato gruppetto sparuti o singoli che più facevano al caso della fisionomia tipica della gare gravel.

Il bello del gravel

Foto Carlo De Santis

I quasi 90 chilometri di gara erano divisi più o meno equamente tra porzioni asfaltate e sterrate; su queste ultime, potevi capire subito dallo stile di guida e dalla corporatura quali partecipanti tra gli iscritti provenissero dal mondo off road oppure, come nel caso mio, da quello road.

Credo che il bello del gravel, e nel caso specifico del gravel race, sia anche questo: unire nello stesso contesto i biker (e perdonatemi se li chiamo così e non “rider”, ma ho 50 anni e ai miei tempi eravamo chiamati così… ) e gli stradisti. E, aggiungo, il bello del gravel è anche che prende il meglio dallo spirito dei due rispettivi mondi: ci trovi l’attenzione tecnica e la “leggerezza” dell’approccio agonistico tipico del fuoristradista e al tempo stesso ci trovi la predisposizione allo sforzo e alla fatica di lunga gittata propria dello stradista.

Al di sopra di tutto questo c’è poi uno sviluppo di corsa che è generalmente una via di mezzo tra una gara di mtb marathon e una classica su strada, ma che nella fattispecie dell”italiano” del Monte Amiata è stato senz’altro più vicino alla seconda. In ogni caso: bellissimo e superdivertente.

Cervello in “on” in discesa

Riattaccare il dorsale riaccende l’entusiasmo e manda l’adrenalina a mille: ma prima di tutto bisogna tenere gli ardori a bada in discesa o generalmente lasciare sempre il cervello in “on” in tutte le situazioni potenzialmente pericolose: se avete la gamba allenata non sarà certo una discesa fatta con il freno un po’ tirato a compromettere il risultato finale rispetto ai vostri pari età, statene certi, se la “gamba c’è” li riprenderete in salita, statene sicuri.

Sicuro è anche che non farsi male in una corsa di amatori dovrebbe essere il secondo obiettivo da ricercare. Il primo? Divertirsi faticando. E anche qui c’è tanto da dire se cuore e muscoli non sono più quelli di un giovanotto.

Il Parco Museo delle Miniere di Abbadia San Salvatore (SI), fulcro di un “Italiano” gravel disputato in un territorio e su un percorso dall’alto valore tecnico e paesaggistico – Foto Carlo De Santis

La preparazione atletica

Non mi rivolgo a chi vuole avvicinarsi all’agonismo in età avanzata, visto che in questo caso le raccomandazioni dovrebbero essere ancor più rigorose, prima di tutto supportate dagli adeguati controlli medico/sportivi.

No, mi rivolgo a chi ha memoria storica di un passato da agonista o di chi pratica ciclismo a buon livello e non ha mai abbandonato del tutto l’attività, seppure con intensità e distanze decisamente più blande.

Per chi è in queste condizioni, tornare in corsa a 50 anni obbliga a interpretare con attenzione i segnali che ti fornisce il corpo, prima di tutto in allenamento e nelle fasi postallenamento.

Il venticinquenne Mattia Gaffuri “spiana” la salita e si avvia a vincere il titolo di Campion Italiano Gravel 2025 nella categoria “Open”- Il suo tempo sui 90 km circa di gara è stato indicativamente il 10 per cento inferiore a quello dei “Master”… – Foto Carlo De Santis

A mio avviso a questa età è impensabile, e anche tecnicamente errato, ricominciare a gestire l’allenamento in modo strutturato, con serie di ripetute da seguire pedissequamente guardando fisso a watt e battiti cardiaci.

I watt, e soprattutto il cuore, ti devono far capire come il tuo fisico reagisce agli stimoli allenanti e prima di tutto quanto riposo serve dopo il “carico”.

State lontani dall’abbaglio di voler tornare a fare ciò che facevate quando avevate vent’anni meno, prima di tutto rispetto alle intensità, ma anche rispetto al metodo, ai volumi di lavoro e alla frequenza di uscite settimanali.

Lo stand della Maxxiss è stato uno dei più visitati il giorno della vigilia: gommatura e pressioni sono aspetti essenziali nelle gare gravel – Foto Carlo De Santis

Al Campionato gravel del Monte Amiata la gara era lunga, 87 chilometri per la mia categoria: sapevo che questo avrebbe significato oltre tre ore di gara come effettivamente per me è stato.

Ma non per questo mi sono messo allenato con “lavori” di intensità su quella durata. Variazioni di ritmo in salita, oppure ripetute al massimo di quattro minuti al livello della “potenza critica” hanno rappresentato lo stimolo allenante più specifico della mia “tabella”; o meglio, più che “tabella” il mio è stato un criterio allenante che ho seguito per un paio di mesi, prima appunto di schierarmi al via ad Abbadia San Salvatore. È impensabile e sbagliato, a mio avviso, concentrarsi su lavori di forza, sulle “sfr” o su lavori specifici che a questa età non troverebbero proprio il “supporto” per migliorare qualità atletiche che a questo punto sono fisiologicamente scadute tantissimo.

Il modo in cui il fisico si adatta, o per usare il termine specifico “supercompensa”, lo stimolo allenante a 50 anni è decisamente diverso rispetto a quel che riesce facilmente al fisico di un ventenne; soprattutto, diversi sono i tempi che servono per acquisire quegli stimoli sotto forma di “migliore condizione”.

Maurizio Coccia, autore dell’articolo, ha “chiuso” terzo nella categoria Master 5 – Foto Carlo De Santis

Tradotto nella mia esperienza: se a vent’anni per recuperare da una giorno di allenamento intensivo percepivo che era sufficiente un giorno, ora, a 50 anni, per il recupero completo da un allenamento tosto di giorni ne servono due, forse addirittura tre…

Lascia dietro la paura della gara

Al traguardo con gli amici storici della Pro-Bike di Roma

All’indomani della gara del Monte Amiata credo che quello della inadeguatezza atletica sia il secondo degli scogli psicologici da superare per chi torna a cimentarsi in corsa ad età avanzata: l’altro è la paura della gara in sé, del timore di essere fianco al fianco in gruppo in velocità, della preoccupazione di farsi male oppure dell’arrivo improvviso di una crisi. Ma in fondo questi sono solo sistemi che innesca la mente: una volta in corsa, se ci si è allenati adeguatamente, generalmente svaniscono; svaniscono a patto di far proprio l’approccio mentale giusto per l’agonismo: anche a vent’anni l’agonismo dovrebbe sempre essere fatto proprio nella dimensione di “gioco”, e a questa età ancora di più.

Smarrire questo concetto a questa età fa male al fisico e soprattutto alla testa. E non ne vale davvero la pena.

Tag: agonismocicloamatorigravelpreparazione

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Commenti 1

  1. Roberto says:
    1 anno fa

    Ottimo articolo, interessante il mettere in evidenza di lasciare un po perdere la fissa delle schede di allenamento a questa età….ma come unirlo al fatto che, in teoria, non è nemmeno produttivo allenarsi a caso?
    Grazie!

    Rispondi

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