Ha giustamente suscitato grande scalpore e un’infinita serie di opinioni differenti e commenti – inevitabilmente trascesi ovunque, anche sui nostri canali social, dove li abbiamo chiusi – la clamorosa protesta che ha visto alcuni attivisti pro-Palestina boicottare l’11a tappa della Vuelta, il 3 settembre, che partiva e arrivava a Bilbao, con l’obiettivo di portare fortissimo al centro dell’opinione pubblica quello che sta succedendo a Gaza. Il senso, ovviamente, è quello che se non c’è pace di là non ci dev’essere pace nemmeno di qua, assunto nel merito del quale non vogliamo entrare in queste righe.
Quello che è certo è che Euskadi (il nome con cui i Baschi chiamano la propria nazione) è, per via delle le sue storiche spinte indipendentiste, uno dei luoghi sulla Terra più sensibile al tema dell’autodeterminazione dei popoli, cosa che sicuramente ha innescato le proteste esplosive che hanno portato alla neutralizzazione della tappa ai -3 km a profonde riflessioni su come proseguire.
Una platea mondiale
Al di là di quelle che possono essere le opinioni, il fatto inequivocabile è che sport e azioni di disturbo, in particolari per diritti civili o politici, sono ambiti indissolubilmente legati, e quello che è successo a Bilbao non è certo un unicum nella storia.
Affondando nella notte dei tempi “eroici”, e parlando solo di ciclismo, al Giro e al Tour non era affatto raro che “tifosi” di un certo corridore, per motivi assai poco nobili, boicottassero gli avversari del proprio paladino fermandoli lungo la strada. Su tutti, tra i primi ci furono quelli di Raffaele Di Paco, campione charmant degli Anni ‘30, i cui sostenitori non solo di tanto in tanto malmenavano i competitor del fortissimo toscano (16 tappe al Giro, 11 al Tour), ma furono sicuramente gli inventori delle scritte sulle strade asfaltate, che iniziavano a vedersi in quegli anni. “W Di Paco”, insomma, ha dato la stura a tutto quello che venne dopo.
Parecchi anni dopo, invece, i movimenti di protesta civile iniziarono a capire che interrompere le manifestazioni sportive fosse un megafono eccezionale per le loro cause. Clamorosi gli episodi che coinvolsero proprio Bilbao e Paesi Baschi tra gli Anni ‘60 e ‘70, a cavallo della fine della dittatura franchista, sovralimentati dalla grande passione per il ciclismo dei Baschi, che consideravano in qualche modo la Vuelta un corsa nazionale.
La storia della Vuelta
Nel 1968 una tappa fu addirittura cancellata dopo che l’organizzazione aveva ricevuto una minaccia di attentato, ma forse l’evento più eclatante ebbe luogo nell’edizione del 1972, vinta da José Manuel “Tarangu” Fuente, quando una bomba esplose nel porto di Lizarraga, a nord della Navarra, provocando un enorme cratere sulla strada che fortunatamente non causò danni alle persone. Terrificante fu l’edizione del 1977, chiamata “Il Giro dell’Ikurriña”, perché coincise anche con la legalizzazione della bandiera basca oggi popolarissima sulle strade del Tour. Durante le ultime tappe, tutte nei Paesi Baschi, una serie infinita di proteste e boicottaggi mise a serio repentaglio l’incolumità dei corridori e degli spettatori, con l’ultima tappa corsa solo perché il belga Freddy Maertens convinse i suoi a prendervi parte per non essere nominato vincitore di una corsa monca. Servirono altri anni perché tornasse la calma.

I pugni del Tasso
Anche in Francia si ricordano proteste fortissime, con diverse tappe disturbate tra gli Anni ‘70 e gli ‘80, come nell’edizione del 1982, che vide la 5a tappa da Orchies a Fontaine-au-Pire (una cronosquadre) annullata. Ma furibonda fu anche l’interruzione della 5a tappa della Parigi-Nizza del 1984, fermata al km 174 dalle proteste operaie dei cantieri navali. Memorabili le foto che ritraggono Bernard Hinault, il Tasso, fare a pugni per fortuna senza conseguenze con i manifestanti, mentre il resto del gruppo aveva slacciato i cinghietti. Lapidario il commento, qualche anno dopo: «Quell’interruzione fu il motivo che mi fece perdere la corsa. Quando loro sono al lavoro, mica vado a dargli fastidio».
Infine, come dimenticare le clamorose ma incruente proteste dei corridori al Tour del 1998 per via l’affaire Festina, con tutto il gruppo, guidato da Marco Pantani, a scioperare per la gestione dei casi di doping, con diverse squadre ritirate e i ciclisti seduti a gambe incrociate alla partenza, come nella 12a tappa da Tarascon-sur-Ariège a Le Cap d’Agde.
E l’Italia? I casi non sono mancati di certo, come per esempio nel caso della 9a tappa, Napoli-Potenza, al Giro del 1969, ritardata per via di proteste popolari. Oppure il 2 giugno 1988, quando con Podenzana in maglia rosa venne neutralizzata la 9a tappa da Parma a Colle del Bosco (AT), a causa di circa 2000 manifestanti che bloccarono i corridori a circa 2 km dal traguardo per protestare contro l’inquinamento dell’Acna di Cengio.

Oltre ogni sport
Ma le rivendicazioni dei diritti civili e le azioni politiche hanno caratterizzato moltissimi altri sport, come ha raccontato – tra gli altri – Paolo Pobbiati, ex presidente di Amnesty International Italia, nel suo libro “Invasioni di campo. Undici storie di sport e diritti umani all’ombra della DAD”, che racconta diversi episodi in cui personaggi sportivi più o meno famosi non si sono sottratti a prese di posizioni clamorose, spesso entrate nella storia.
È il caso del pugno chiuso degli atleti afroamericani Tommie Smith e John Carlos, che alle Olimpiadi di Città del Messico del 1968 salirono sul podio dei 200 metri piani, oro e bronzo, con il pugno chiuso stretto in un guanto nero, simbolo della lotta antirazziale. Erano anni crudeli, caratterizzati da avvenimenti che avrebbero frantumato l’opinione pubblica americana come marcia di Selma del 1965, con la terribile “Bloody Sunday”, o l’assassinio a Memphis, a pochi mesi da quelle Olimpiadi, del pastore Martin Luther King.
Sempre negli Stati Uniti, è impossibile non ricordare, di nuovo alla fine degli Anni ‘60, le persecuzioni subite da Cassius Clay per il suo rifiuto ad andare a combattere in Vietnam. Nel 1967, da campione in carica dei pesi massimi, venne arrestato per renitenza alla leva e fermato per tre anni. Solo nel 1971 la Corte Suprema lo riabilitò, rendendolo attraverso la sua battaglia come obiettore di coscienza un’icona delle lotte civili di quegli anni.
Indimenticabile è anche una storia italiana, quella che vide “Una squadra”, quella dell’Italia di Coppa Davis raccontata da Domenico Procacci nell’omonimo libro e nella bellissima serie TV. Protagonisti Adriano Panatta, Corrado Barazzutti, Paolo Bertolucci e Tonino Zugarelli guidati, con un rapporto di amore e odio, dal capitano non giocatore Nicola Pietrangeli. Gli Azzurri, nel 1976, decisero dopo infinite polemiche di scendere in campo nella finale contro il Cile di Pinochet con una provocatoria maglia rossa. E vinsero. Un trionfo che diede il la al cambiamento che avrebbe portato, nel 1978, alla caduta del Macellaio di Santiago a seguito di un referendum nazionale.

Medaglie sull’anima
Infine – ma di certo le storie di sport e prese di posizioni politiche non finiscono qui – non si può non ricordare Gino Bartali, quello che un giorno disse «Il bene si fa, ma non si dice. E certe medaglie si appendono all’anima, non alla giacca», che in totale segreto (che si portò nella tomba) decise di mettere a rischio vita e carriera per fare il portalettere sulle strade della Toscana durante l’occupazione tedesca della Seconda Guerra Mondiale, con lo scopo di mettere in salvo più perseguitati politici possibile, in particolare famiglie ebree. Per questo nel 2013, a 10 anni dalla sua morte, è stato riconosciuto come Giusto tra le Nazioni da Yad Vashem, l’ente nazionale israeliano per la Memoria della Shoah.
Ironico che oggi la Vuelta sia stata caratterizzata proprio da proteste contro la Israel, a testimonianza che se non c’è pace nel mondo non c’è nemmeno nello sport.







































