6 mar 2017 – Ci sono già delle pagine da archiviare in questo inizio di stagione. Dal Tour Down Under, che sembrava così esotico una volta e ora scalzato dalle corse in Medio Oriente, vera novità col punto interrogativo di questo ciclismo moderno che punta alla convenienza e non sa bene dove sta andando.
A rimettere le cose a posto ci ha pensato, in un week end di avventura, la prima vera classica di stagione: la Strade Bianche è diventata tale a tutti gli effetti e il paragone non è più tirato per i capelli. Deve crescere ancora? Forse sì, c’è chi la vorrebbe ancora più dura per farla definitivamente epica. Ma già così, fidatevi, è tanta roba. Gli abbiamo dedicato uno dei nostri Speciali dell’anno.
C’è la sfida individuale, le tattiche da studiare a tavolino perché se è vero che l’altimetria non ha chissà che salite è pure vero che qui un metro di pianura non c’è e allora bisogna tarare le energie per non trovarsi col serbatoio vuoto nel finale, anche se il chilometraggio, per ora, è più che abbordabile per un professionista.
Alla fine la certezza è di aver visto una bella corsa, che diventa individuale perché la strada è una prova di forza e allora ognuno per sé e il vincitore non sarà mai una sorpresa passeggera o qualcuno capitato lì per caso, l’albo d’oro parla chiaro. Una prova che ha visto partecipare corridori di prima fila e con specialità diverse: atleti forti nelle corse a tappe ed altri da gare in linea, la difficoltà del percorso che fa lavorare anche le squadre.
Insomma, c’è da sorridere in Italia perché abbiamo idee e persone capaci di metterle in pratica. Le Strade Bianche sono il risultato di un sogno visionario, quello di Giancarlo Brocci e del suo team da cui è nata l’Eroica e poi l’idea di far cimentare anche i professionisti sulle strade “come erano una volta”, a sottolineare l’Italia al centro della storia del ciclismo (e scusate se è poco). Tirreno e Sanremo in arrivo riportano l’attenzione ancora nel nostro Paese.
Nei giorni scorsi siamo andati anche alla presentazione di un’altra bella realtà. Il Brocci della situazione, in questo caso, si chiama Mario Minervino, altro organizzatore visionario e invidiato all’estero. In campo femminile ha creato quel gioiellino del Trofeo Binda, gara in continua crescita e che già da qualche anno vede anche la categoria juniores e poi, ultimo arrivo, la categoria Under 23. Minervino, quello che prese in mano le redini del Mondiale di Firenze.
Corse fatte di tanto pubblico e posti da scoprire di un’Italia che non si arrende e continua a pedalare nonostante il calendario porti altrove. E il mondo guarda con interesse. Ad essere bravi si può anche sperare in un’inversione di tendenza. Magari anche con squadre che valga la pena avere italiane.
GR


































