di Guido P. Rubino
C’è una vecchia moto che scoppietta, soffiando via la polvere che passa troppo vicino ai tubi di scappamento. Ha la targa “presse” è una moto nata per far raccontare e che racconta a sua volta. Seguì il Tour de France del 1969 o giù di lì. Motore robusto, firmato BMW, braccia allenate, come le gambe di un ciclista, per domarla e portarla in giro per migliaia di chilometri.
Sono 3.414 i chilometri davanti alle ruote dei corridori, ancora di più quelli davanti alle ruote degli accompagnatori, che si risparmieranno la fatica in sella, ma dovranno metterci del loro nel cercare percorsi alternativi per stanare i corridori, anticiparli, indovinarli e raccontarli.
La vecchia moto balbetta come una macchina da scrivere al cospetto di alimentazioni elettroniche e sensori. Un po’ come quella vecchia tastiera di fronte a quelle digitali e connesse al flusso di dati che si riversa tra server e terminali.
L’elettronica scorre tra le biciclette, c’è un fascio di cavi che si infila dal manubrio nel telaio col cuore in fibra di carbonio. Nessun tintinnio di acciaio, ma affermazioni secche come un colpo di tosse. Rumori scanditi da ruote ad alto profilo e tubolari, oppure copertoncini, oppure tubeless.
Il vento dell’Oceano sfida i corridori dal punto più a Ovest della Francia. Quassù dove sembra non fare mai notte. Brest meriterebbe un fuso orario tutto suo, altro che Europa Centrale. Convenzioni e geografia qui fanno a cazzotti, la latitudine ci mette del suo.
Ma non c’è più tempo di pensarci.
Il Tour de France è una nave che sta lasciando il porto di Brest, i motori sono stati accesi ma il rumore e la potenza non sono ancora partiti. C’è quel fruscio di fondo che si diffonde in ogni vicolo: “C’è il Tour, c’è il Tour”.
Ci sono storia e romanticismo in questo Tour de France più che mai. Il ritorno di Mark Cavendish, a recitare da velocista principe di una delle squadre più forti e quello di Froome a giocare a fare il gregario, come una volta, come non sa fare. Poi c’è Mathieu van der Poel cui suo nonno aveva lasciato un’eredità importante: prendere la maglia gialle che non fu mai sua. Il nipote, per ora, ha ricambiato con la maglia celebrativa della sua squadra a ricordare proprio Raymond Poulidor, suo nonno.

La corsa è unica e ogni anno al massimo. Nemmeno un anno fa l’ultima edizione e ora già i numeri da incollare alla maglia perché non svolazzino e non frenino i corridori. I nomi sono quelli giusti per lo spettacolo.
Che abbia inizio.
26 giu 2021 – Riproduzione riservata – Cyclinside



































