Nel panorama degli eventi ciclistici, e dei cosiddetti training camp, c’è una parola che negli ultimi anni è stata usata fin troppo spesso: “experience”. Un termine che richiama emozioni e condivisione, ma che nella pratica si traduce spesso in qualcosa di superficiale. Pedalate di gruppo, ospiti più o meno noti e qualche consiglio lungo la strada. Un format piacevole, ma che raramente lascia un impatto concreto e duraturo.
Il limite non è nell’idea, ma nella mancanza di struttura. Vivere la bici per qualche giorno è appagante, ma non basta a generare un vero miglioramento, né tecnico né mentale. E questo vale sia per chi cerca la performance, sia per chi vuole semplicemente stare meglio in sella.
È proprio qui che si inseriscono le Clinic di ExtraGiro, con un approccio più solido. Non semplici eventi, ma un format che unisce esperienza e apprendimento, alternando pratica, contenuti e confronto. L’obiettivo è tornare a casa non solo con bei ricordi, ma con strumenti concreti e maggiore consapevolezza.
Un format, inoltre, flessibile e replicabile, che si adatta in modo naturale sia al gravel che alla strada. Ed è qui la vera differenza rispetto ai training camp tradizionali. Non cambia solo il terreno, ma il modo di vivere l’esperienza.
ExtraGiro: organizzare, innovare, formare
Quando si parla di struttura e contenuto, conta soprattutto chi c’è dietro. ExtraGiro è una realtà che negli ultimi anni ha costruito un posizionamento solido nel ciclismo, lavorando sia sul lato organizzativo sia su quello progettuale. È il team che ha firmato eventi di primo piano come i Mondiali di Imola 2020, il rilancio del Giro d’Italia Giovani. E gare professionistiche come il Trofeo Laigueglia, oltre a progetti legati alla valorizzazione dei territori.
Non solo gare, quindi, ma piattaforme dove convivono sport, comunicazione e sviluppo. Da questa esperienza nasce l’idea delle Clinic. Portare nel mondo amatoriale lo stesso livello di organizzazione e visione, applicandolo alla crescita del ciclista. Non solo agonisti, ma anche chi vive la bici come viaggio e scoperta, con l’obiettivo di migliorare tecnica, autonomia e piacere di pedalare.
È questo il contesto del format: meno improvvisazione, più metodo. E un modo diverso di intendere oggi un training camp.

Il debutto delle Clinic ExtraGiro: a Peccioli tecnica, territorio e formazione
Il debutto del format è fissato a Peccioli, con la prima Peccioli Gravel Clinic in programma dal 1 al 3 maggio. Tre giorni pensati non come semplice evento, ma come esperienza completa, dove territorio, didattica e pratica si intrecciano in modo strutturato.
La scelta di Peccioli non è casuale: il contesto toscano, con le sue strade bianche, i continui cambi di ritmo e le diverse tipologie di terreno, è il terreno ideale per lavorare su tecnica, gestione della bici e consapevolezza. È qui che il format prende forma per la prima volta, trasformando il concetto di Clinic in qualcosa di concreto e applicabile, con uno sviluppo naturale anche verso la strada.
A confermare questa visione, ExtraGiro sta già lavorando a un calendario di appuntamenti in tutta Italia. L’obiettivo è replicare lo stesso approccio strutturato sia nel gravel che su strada, offrendo a un pubblico sempre più ampio esperienze formative, coinvolgenti e coerenti nel tempo.
Oltre la social ride. E i selfie con gli ex-pro
Negli ultimi anni i training camp si sono moltiplicati: location curate, gruppi affiatati, ritmo condiviso. Funzionano, ma spesso si fermano lì. Le Clinic di ExtraGiro introducono un elemento che mancava: la didattica. Non solo si pedala, ma si lavora su tecnica di guida, gestione del mezzo, lettura del terreno e consapevolezza della posizione.
A fare la differenza è soprattutto chi guida questo percorso: una vera “faculty” di docenti, non semplici accompagnatori o testimonial, ma figure con competenze precise e ruoli definiti.
Alla Peccioli Gravel Clinic la struttura è chiara e multidisciplinare. Davide De Palma coordina la formazione e la sicurezza delle uscite, dando coerenza all’intero programma. Fabrizio Pederzoli segue assetto in sella, allenamento e nutrizione. Francesco Casagrande porta il suo contributo come mentor e coach, affiancando i partecipanti anche su strada. Luigino Oscar Veneziano cura la parte tecnica, dalla meccanica d’emergenza al supporto quotidiano.
Accanto a loro, un team di guide qualificate gestisce i gruppi e traduce nella pratica i contenuti. È qui il vero cambio di prospettiva: non più l’ex pro da affiancare per una foto, ma una struttura che trasferisce metodo, esperienza e competenze. Un approccio più vicino a un’attività sportiva consapevole che a una semplice uscita di gruppo.

Il gravel come laboratorio. Anche per la strada
A prima vista potrebbe sembrare un format pensato solo per il gravel. In realtà è vero il contrario. Il gravel è il terreno ideale per rendere evidenti dinamiche come perdita di aderenza, controllo della bici e distribuzione dei pesi: aspetti che su strada spesso si danno per scontati. Il punto, però, è semplice: la tecnica non dipende dal terreno, ma dalla consapevolezza. E da qui il collegamento con la strada è diretto.
Sempre più ciclisti road cercano qualcosa in più del semplice “fare chilometri”: vogliono più sicurezza in discesa, più fluidità in curva, una posizione più efficiente. In questo senso, la Clinic è facilmente declinabile anche su strada: un format plug-and-play che mantiene lo stesso approccio, fatto di struttura e contenuti, non solo sulla guida ma anche su allenamento, posizione e nutrizione.
Un nuovo modo di intendere il tempo in bici
C’è poi un aspetto che va oltre la tecnica: il valore del tempo. Nella Peccioli Gravel Clinic, ogni ora in sella è parte di un equilibrio tra attività sportiva, apprendimento e contesto. Non si tratta solo di accumulare chilometri, ma di dare qualità al tempo in bici, capire cosa si sta facendo e perché.
È un cambio di prospettiva sottile ma decisivo: il tempo non è più solo distanza o velocità, ma una risorsa da valorizzare. La bici diventa così non solo allenamento, ma esperienza completa, dove tecnica, consapevolezza e piacere di pedalare si incontrano e restano anche dopo l’uscita.

Dentro la Clinic: il ruolo dei coach
Per capire davvero come nasce e si sviluppa questo approccio, abbiamo ascoltato la voce di uno dei riferimenti tecnici delle Clinic, Fabrizio Pederzoli, biomeccanico e preparatore, figura chiave nello sviluppo della parte didattica. Ci siamo confrontati sul format ma soprattuto su ciò che i partecipanti portano con sé nella pratica di tutti i giorni. Ecco cosa è emerso.
Il format delle Clinic introduce una componente didattica forte: da dove nasce questa esigenza e cosa manca oggi nei classici training camp?
«L’esigenza nasce da una considerazione molto semplice: oggi il ciclista amatore ha tantissime informazioni, ma spesso poco ordine. I training camp tradizionali funzionano molto bene sul piano dell’esperienza — si pedala, si condivide, ci si diverte — però manca spesso un filo logico. La didattica serve proprio a questo: dare strumenti. Non solo vivere un weekend in bici, ma tornare a casa con più consapevolezza su come allenarsi, come stare in sella, come gestire le energie. Quello che manca oggi è questo passaggio: trasformare l’esperienza in competenza.»
Quali sono gli errori più comuni che vedi nei ciclisti amatori, a partire dalla strada?
«L’errore più grande non è tecnico, è culturale. Si tende a complicare tutto: troppe tabelle, troppi numeri, troppe informazioni senza un filo conduttore. Poi, entrando nel concreto, vedo tre aspetti ricorrenti: poca attenzione alla posizione in bici, che incide su comfort ed efficienza; una gestione dell’intensità poco consapevole; e difficoltà a leggere le proprie sensazioni. Il risultato è che molti si allenano tanto, ma provano meno benessere di quanto potrebbero.»
Come si costruisce un percorso didattico efficace in un contesto sintetico come un weekend?
«Bisogna essere molto selettivi. In un weekend non puoi parlare di tutto, ma puoi far passare bene le poche cose fondamentali. Il metodo è semplice: spiegazione chiara, applicazione immediata sul campo e confronto diretto. Spesso una domanda vale più di un’ora di teoria. E poi c’è un punto chiave: tutto deve essere trasferibile. Se quello che impari non riesci a replicarlo da solo, una volta a casa, resta solo teoria.»
C’è un momento “chiave” durante la Clinic in cui i partecipanti capiscono davvero il valore dell’esperienza?
«Sì, ed è il momento in cui collegano i puntini. Durante un esercizio semplice — una variazione di cadenza, una correzione di posizione — improvvisamente i partecipanti capiscono qualcosa che prima facevano senza consapevolezza. È lì che scatta il click. Quello che i partecipanti si portano via è soprattutto chiarezza. E quando hai chiarezza, anche l’allenamento diventa più efficace… e più divertente.»
Passando ad una versione road della Clinic, da dove partiresti e quali elementi manterresti invariati?
«Partirei dagli stessi principi. Cambia il terreno, non la base. Manterrei il lavoro sulla posizione, la gestione delle intensità e la capacità di leggere il proprio corpo. Sulla strada aggiungerei aspetti più specifici: ritmo in salita, uso dei rapporti, dinamiche di gruppo. Ma la filosofia resta identica: meno confusione, più consapevolezza. Perché l’obiettivo non è solo andare più forte, ma capire cosa stai facendo mentre pedali.»

Training camp: cosa manca davvero ai format tradizionali?
Le Clinic di ExtraGiro intercettano un bisogno reale nel ciclismo amatoriale: dare più senso e qualità al tempo in sella. Non solo chilometri, ma comprensione, metodo e consapevolezza. Con questo approccio cambia anche il concetto di training camp, meno legato alla sola esperienza condivisa e più orientato a contenuti concreti e a un vero percorso di crescita.
La domanda resta aperta: cosa manca oggi ai format tradizionali? E soprattutto, come possono evolvere per diventare davvero occasioni di miglioramento, oltre che momenti piacevoli da vivere?
Ulteriori informazioni: https://peccioligravel.it/





































