Alessandro Andreatta via Facebook
È certamente una visione suggestiva quella del lettore e, più in generale – prendo come spunto – di tanti appassionati che vedono le aziende muovere i fili di tendenze e preferenze dei campioni per muovere il mercato. Inutile negarlo: funziona così, ma bisogna anche fare attenzione a non esagerare sospettando ovunque.
In questo caso, in particolare, se si guarda solo al punto di vista industriale, per chi produce pneumatici sarebbe in realtà più conveniente continuare a spingere sul tubolare: costa di più di un copertoncino, non è pensato per essere riparato dall’utente e, anche quando viene sistemato, non torna comunque in gara. È un prodotto con un ciclo di vita breve e margini storicamente elevati.
Lo stesso vale per i cerchi. Un cerchio per tubolare è strutturalmente più semplice e meno costoso da realizzare: non richiede sistemi di aggancio del tallone, né hookless né tradizionali, evitando una delle lavorazioni più critiche e onerose nella produzione dei cerchi moderni (il passaggio al copertoncino con i cerchi in carbonio non fu indolore).
Il fatto che strada e Mtb abbiano abbandonato il tubolare non dipende quindi solo dalla “vendibilità al popolo”, ma da un insieme di fattori: praticità d’uso, standardizzazione, sicurezza percepita, logistica per i team e, soprattutto, coerenza con un mercato che oggi chiede soluzioni versatili e gestibili anche fuori dal contesto gara.
Il ciclocross resta un’eccezione proprio perché non è mainstream e perché il tubolare, in quel contesto, offre ancora vantaggi tecnici molto specifici. Ma più che una scelta imposta dall’industria, è il risultato di un equilibrio diverso tra prestazioni, costi e utilizzo reale, come abbiamo descritto nel nostro articolo.

































