I legami umani sono costruiti attorno al concetto di devozione collettiva. Essere devoti a qualcosa non richiede ragioni o qualcosa di ritorno: l’unico compenso è la soddisfazione collettiva che si raccoglie dopo. I nostri corpi e le nostre menti prosperano grazie all’atto di dare, di affidare a qualcuno l’energia che scambiamo. In qualsiasi scenario, l’atto di dare comporta un sacrificio di energia e una devozione collettiva verso un obiettivo condiviso.
Con il concetto di devozione in mente, ha preso corpo il desiderio di espandere le capacità condivise come squadra e portare un gruppo di ciclisti al Great Salt Lake, il grande lago salato che tante imprese ha ispirato. Il percorso è lungo 440 chilometri, per il 40 per cento costituito da superfici sterrate e miste, e per quasi 150 chilometri lontani da qualsiasi segno di civiltà. Non esiste un modo confortevole per fare il giro del lago, il percorso FKT (Fastest Known Time) è stato tentato solo da alcuni ciclisti locali. E questo è il racconto del tentativo firmato dal Team AFAIC.
Una volta atterrati a Salt Lake City, nello Utah, i ragazzi della spedizione hanno pensato di essere lì solo per fare un giretto. Un semplice giro. In realtà, tra tutti gli itinerari dello Utah dove mettere a dura prova i propri limiti fisici e mentali, ecco, il team ha scelto di percorrere strade bombardate intorno a un lago che spesso emana odori di acquitrino. Dopo poco, i biker si sono accorti di aver portato più gel energetici che vestiti.
«Le emozioni all’inizio del progetto sono state guidate da temporali sparsi che hanno minacciato l’intero fine settimana: tutti noi ci siamo seduti a pregare le forze spirituali affinché ci risparmiassero questo ulteriore disagio» commenta affranto Milo Baker. È facile farsi prendere dai numeri, dai bla bla della velocità media, dalle previsioni del vento e dal tempo di sosta: «L’unica cosa che volevamo davvero era finire prima del buio» sottolinea Milo.
Le insegne neon hanno guidato i prodi avventurieri fuori da Salt Lake City, consapevoli che la loro prospettiva per le ore successive sarebbe stata lo sguardo fisso sulla ruota posteriore dell’altro, a combattere il vento del primo mattino. «Piante dai fiori violacei, chaparral verde scuro e terreni sbiancati dal sale costeggiano il perimetro del lago» descrive così il nostro narratore l’ambiente in cui si trova a pedalare.
Ben presto l’asfalto sarebbe stato sostituito dallo sterrato verso il settore occidentale dell’itinerario.
«Una strada che doveva essere uno splendido sterrato si è trasformata nel tempo in un sentiero a ostacoli: sassi sporgenti e buche di sabbia hanno messo a dura prova gli pneumatici delle nostre biciclette, aumentando se possibile la fatica mentale, oltre a quella fisica» commenta Milo, che non riporta però le imprecazioni dovute alle ripetute forature che hanno fatto perdere tempo prezioso.
Per tutta la durata della spedizione il vero punto debole è stato uno: l’acqua. «Non potersi idratare o contingentare l’acqua ha pesato profondamente sulle nostre menti. Le nostre borracce ben presto si sono svuotate e anche gli zaini di idratazione si sono alleggeriti. L’unica possibilità di rifornimento era il centro visitatori Golden Spike, al chilometro 184».
Il panorama delle dolci colline viola si susseguivano all’orizzonte staccandosi dal bianco intenso delle saline, mentre il cielo lì sopra rimaneva a chiazze di grigio: «… e noi iniziavamo a vedere lo spettacolo sconosciuto di altri esseri umani». C’era uno strano senso di conforto nel gruppo dei ciclisti nel vedere altre persone. «Anche se è improbabile che loro trovassero conforto nel vedere noi» chiosa Milo.
E finalmente arriva la cittadina di Golden Spike, e con lei un po’ di pioggia. «Ci siamo rimpinzati di tutto ciò che non era gel energetico, abbiamo riempito le bottiglie e abbiamo lasciato che i nostri corpi stanchi si allungassero sulla moquette del centro visitatori». Un po’ di riposo, prima di tuffarsi nuovamente nell’inferno bagnato e fangoso del lago salato.
Il settore finale di ogni ride è sempre la prova più vera del significato di coesione. Tutti soffrono, chi più chi meno.
«Nonostante i livelli di dolore, tutti noi abbiamo dovuto sacrificare le proprie energie per gli altri. Ogni minuto trascorso al fianco dell’altro è stato un dono, qualcosa di regalato all’altro. E naturalmente molto apprezzato, perché tutti sappiamo cosa significa tirare il gruppo quando il vento è contrario» sorride Milo pensando a quanto sia stata dura. Tra una tirata e l’altra, qualcuno del gruppo ha avuto anche tempo di osservare brevemente l’ambiente drammatico in cui si trovavano a pedalare. Uno sguardo prima di tornare nel profondo della mente, cercando di dissociarsi dal dolore.
Salt Lake City è lì sullo sfondo, mentre il gruppetto cerca la “fine” del viaggio, con i sobborghi tagliati a forma di biscotto e la familiare insegna al neon che ci dà il benvenuto nel rientro della civiltà. Gli ultimi colpi di pedale e il cerchio è completato.
«Sai cosa ti dico: le cose sembrano meno stupide, ora che i nostri corpi si rilassano, tutte sembra più leggero, e anche i nostri sacrifici hanno avuto un senso. Ora il viaggio è davvero concluso» conclude Milo, non senza ricordare perché si trovano lì. «il team AFAIC è stato costruito sulla base di questa sensazione, di questa volontà a spingersi l’un l’altro e a raggiungere obiettivi in modo collettivo. Gli sport di resistenza generano questa mentalità. Scegliamo volontariamente di spingere noi stessi al limite, di devastare il nostro corpo e di annegare nel dialogo interiore. Per cosa esattamente, non lo sappiamo ancora».
La risposta, forse, è lì che aspetta di essere raccolta. Tutto ciò per sbloccare le capacità che la mente ha cercato di limitare, per dimostrare all’io interiore che la prossima volta è possibile alzare l’asticella, ma solo se c’è quello spirito di gruppo che fa sì che da soli si può essere bravi, molto bravi, ma solo in team si raggiungono obiettivi ambiziosi.






































