di Guido P. Rubino
Il doppio record mondiale e il successo del nostro team di inseguimento “salvano” la spedizione azzurra del ciclismo anche se le Olimpiadi dovessero finire oggi. Sì, perfetto e tutto sommato anche inaspettato. Nella prova in linea e nella cronometro su strada non avevamo pretese serie di medaglia tra gli uomini, ottimo il bronzo della Longo Borghini nella prova in linea femminile. Peccato per Filippo Ganna a cronometro. Si è parlato di un solo quinto posto che detta così ci sta pure per il campione del mondo in carica, ma poi, visto il percorso, quel “solo” diventa un “addirittura”. Tanto più che è a un soffio dal podio. Poi l’apoteosi su pista col rammarico dell’inseguimento individuale che non c’è in un programma olimpico in cui avremmo decisamente da dire, a cominciare dal puntare di più i piedi in ambito internazionale. Il settore fuoristrada che si è dichiarato senza scuse e non avrebbe potuto fare diversamente visti i nostri lontanissimi da tutti.
Pista?
La pista in Italia è una cosa bella ma a singhiozzo. Osanniamo i vari Ganna, Lamon, Milan e Consonni, ma anche le ragazze, il Viviani dei miracoli e la Paternoster, le altre ragazze dell’inseguimento (che sono giovanissime e stanno crescendo costantemente e a suon di record italiani), atleti che sono un capitale da valorizzare ed esaltare, ma come?
Già da domani, dalla fine delle Olimpiadi, avremo un’eco importante tra appassionati e non. Le vittorie appassionanti portano all’imitazione, l’imitazione alla pratica. Nel momento in cui la bicicletta sta dilagando sul mercato generalista, un’iniezione di fiducia come una medaglia olimpica esaltante diventa un turbo pazzesco per il settore e ok: a tanti piacerà ancora di più la pista. Vuol dire che è il momento di muoversi senza esitazioni: il successo è garantito (sì avete letto bene: c’è praticamente la certezza assoluta).
Ma dove li mettiamo i nuovi appassionati della pista?
L’Italia è il Paese delle piste. A farne un censimento c’è da rimanere a bocca aperta, appena si parla dell’effettiva usabilità, però, l’entusiasmo si strozza in gola. Si contano sulle dita delle mani le piste realmente utili per allenarsi al di là del divertimento. Se poi pensiamo a piste al coperto la situazione si fa addirittura insostenibile: c’è solo quella di Montichiari, in provincia di Brescia che non versa nemmeno in buone condizioni. Sta andando a prossima chiusura per manutenzione necessaria di qualche mese. Gli addetti ai lavori guardano con preoccupazione alle date visto come in Italia siamo abituati a veder andare i lavori in corso.
Se per divertirsi e avere una base di preparazione può andare bene anche il “vecchio” Vigorelli di Milano (mai piaciuto alla FCI, speriamo che con il nuovo corso le cose cambino), per i lavori specifici occorre una pista da 250 metri, quella olimpica, che permetta agli atleti di allenarsi con i ritmi e i sincronismi che troveranno in gara e alle prossime Olimpiadi (che sono tra soli tre anni). Dove si può allenare un quartetto nel ritmo dei cambi se non in una pista da 250 metri?
Ora dobbiamo fare un monumento così ai vari Marco Villa e Dino Salvoldi (ma anche a Elia Viviani, che ha contribuito a costruire la squadra), responsabili tecnici del settore pista maschile e femminile. Di loro si parla sempre troppo poco, ma funzionano in maniera straordinaria. Se gli atleti si fanno con allenamenti e muscoli, le squadre si costruiscono con direttori sportivi di spessore. E loro sono il corridore in più su pista che ogni squadra sa di avere, pure se lo vede fermo lì a dare tempi e ritmo.
In Veneto si sta costruendo un altro velodromo coperto, sembrava un progetto lanciatissimo ma poi si è inceppato qualcosa nell’Italia che incespica su se stessa. Con Montichiari che scricchiola il settore ha di che preoccuparsi.
Il rischio è di un tonfo pazzesco nei prossimi anni. Proprio quelli in cui, ormai sdoganata la pista per chi corre regolarmente su strada, sarebbe il caso di pensare anche al settore velocità in cui siamo indietro a dispetto di una tradizione importante che va recuperata assolutamente.
Dopo Tokyo 2020 la pista del velodromo potrebbe addirittura sembrarci in discesa e invece ce la troviamo irrimediabilmente sbarrata. Col rischio di buttare via tutto.
Soprattutto manca quella scuola di velocisti in cui eccellevamo. Ma con le risorse che abbiamo ci sta andando già benissimo così. Per ora.
I nostri atleti dovranno andare ad allenarsi all’estero, ma quanti potranno effettivamente farlo? Per i giovani che crescono l’alternativa diventa insostenibile, gli converrà pensare ad altro. E queste medaglie, allora, bruceranno un bel po’.
6 ago 2021 – Riproduzione riservata – Cyclinside


































