Se non fosse stato a colori, se non fossero state immagini televisive, quindi immagini in movimento, avremmo potuto pensare di assistere a una di quelle cronache di ciclismo epico, anzi eroico, raccontate con il gusto della narrazione dai grandi scrittori di un tempo. Invece era ieri, alla Vuelta a Espana, e quello che stava accadendo davanti alle telecamere sembrava appartenere a un’altra epoca del ciclismo.
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La tappa era arrivata quasi al suo finale quando il tempo ha cambiato tutto. Prima la pioggia, poi la grandine, sempre più forte, con chicchi che cadevano sulla strada e sui corridori come proiettili. In pochi minuti il gruppo si è dissolto e gli uomini hanno cominciato a cercare ripari di fortuna, sotto le tettoie, dentro gli edifici, vicino alle ammiraglie, ovunque ci fosse qualcosa che potesse proteggere la testa e il corpo. Le biciclette, fino a un attimo prima strumenti sofisticatissimi di una macchina sportiva organizzata al millimetro, sono rimaste appoggiate dove capitava, mentre chi le aveva portate fin lì pensava soprattutto a ripararsi.
In quei momenti sono diventati improvvisamente secondari tutti gli elementi che normalmente definscono il ciclismo moderno. Non importavano più i cambi elettronici, i misuratori di potenza, le ruote in carbonio, i materiali speciali, i body aerodinamici. Tanti saluti anche ai watt.

Il primo sentore è stata l’interruzione delle immagini. La tecnologia ha iniziato a cedere assieme all’elicottero che non poteva volare in quelle condizioni. Poche informazioni pe telecronisti e spettatori mentre le domande aumentavano. Le notizie arrivavano a intervalli, alcune ufficiali, altre da verificare, mentre anche gli organizzatori si trovavano a gestire una situazione cambiata nel giro di pochi minuti. In una corsa che normalmente dispone di una rete di comunicazioni, immagini e informazioni in tempo reale, improvvisamente si tornava a sapere molto poco di quello che stava succedendo sulla strada.
È l’aspetto più curioso della giornata, il ciclismo ha preso un altro ritmo, per certi versi più antico, ma da non rimpiangere per queste condizioni.
I corridori erano là fuori, da qualche parte, sotto un temporale che aveva trasformato una tappa della Vuelta in altro. Non importavano più nemmeno i distacchi, l’acqua che scorreve all’arrivo, la grandine bianca che si accumulava a bordo strada era la premessa della resa. Fermi tutti, forza maggiore.
Non era il Gavia del 1988, quando il gruppo affrontò una situazione meteorologica che oggi, vista con gli occhi della sicurezza moderna, appare quasi incredibile. Qui non c’era nessuna impresa da compiere e nessun eroismo da dimostrare. C’era semplicemente una condizione meteorologica diventata incompatibile con la possibilità di continuare a correre.

D’altra parte, se si parte con trenta gradi e una giornata che sembra quella di una normale estate, non viene spontaneo portare abbigliamento invernale. E contro chicchi di grandine grandi come noci non c’è un equipaggiamento che possa risolvere davvero il problema. La pioggia può essere fastidiosa, può diventare persino piacevole quando arriva dopo ore di caldo; la grandine è un’altra cosa. Quando aumenta di dimensione e intensità diventa dolore e poi pericolo, e davanti al pericolo l’unica soluzione ragionevole è fermarsi.
Non serviva nemmeno un protocollo particolarmente complicato, benché l’UCI ne abbia previsti per le condizioni meteorologiche estreme. Bastava il buon senso, che in una situazione del genere diventa probabilmente il più importante degli strumenti a disposizione di un’organizzazione.
Così la Vuelta non ha avuto un vincitore né un ordine d’arrivo e una nuova classifica. Quello che la giornata ha lasciato, invece, è un racconto fatto di corridori infreddoliti, biciclette abbandonate per qualche minuto e persone che hanno aperto porte e ripari a chi ne aveva bisogno. Tra queste, anche l’albergo che ha accolto i corridori durante l’emergenza e che ha ricevuto una quantità di commenti positivi da parte degli stessi protagonisti della corsa. Storie piccole, che passano veloci e verranno dimenticate rapidamente nel racconto del grande evento. Ma un fuoriprogramma che sa di ciclismo e della sua prevedibile imprevedibilità. Ad aspettarselo diversamente si rinuncerebbe a una parte del fascino.
Ieri il ciclismo, per un momento, è tornato a una strada di montagna, un gruppo di uomini sorpresi dal tempo e la necessità di trovare una soluzione mentre tutto quello che era stato previsto fino a pochi minuti prima non serviva più.
Non è stato ciclismo epico nel senso classico del termine. Nessuno ha conquistato una montagna sotto la tormenta e nessuno avrà una vittoria da raccontare. Ma è stato, ancora una volta, ciclismo alle prese con l’imprevisto, quello che costringe gli uomini a fare i conti con qualcosa che non possono misurare, programmare o controllare. Lo spirito del ciclismo è anche partire e scoprire come, lungo la strada, tutto continua inesorabilmente a dipendere dall’uomo.
Il ciclismo ha dimostrato di bastare al suo racconto, senza nemmeno dover cercare improbabili influencer.

































