È emblematico quello che è accaduto alla Vuelta con Erola Jons, influencer da oltre 6 milioni di follower, chiamata a produrre contenuti tra corridori e aree normalmente riservate agli addetti ai lavori.
Dopo alcune uscite fuori luogo e comportamenti che hanno suscitato proteste, la Vuelta ha ridimensionato il suo accesso ai corridori e chiesto di adeguare il tono dei contenuti al contesto della competizione.
Ma c’è un aspetto ancora più interessante: secondo Marco Bonarrigo sul Corriere, i suoi contenuti dalla Vuelta avrebbero prodotto numeri molto inferiori rispetto a quelli ottenuti nei contesti che l’hanno resa famosa.
Forse perché avere milioni di follower non significa avere milioni di persone interessate a qualsiasi cosa si faccia e certamente la professionalità non si misura col numero dei follower.
La visibilità non sostituisce la professionalità. La notorietà non è competenza. E un pubblico costruito su un certo tipo di contenuti non si trasferisce automaticamente altrove.
È un problema che riguarda il ciclismo, ma anche il giornalismo e la comunicazione in generale. Si continua a pensare che basti affidarsi a chi ha numeri grandi per ottenere automaticamente visibilità e invece abbiamo la dimostrazione (ma serviva?) che non funziona così.
E il ciclismo, a ben vedere, ha già gli influencer migliori che possa desiderare: i corridori. Ha anche chi lo sa raccontare e mostrare bene. Senza andarsi a perdere in queste scemeggiate.
































