Il Movimento per un Ciclismo Credibile torna a sollecitare l’Unione Ciclistica Internazionale affinché intervenga in modo deciso contro quella che definisce una crescente medicalizzazione del ciclismo professionistico. Al centro della presa di posizione c’è la cosiddetta “zona grigia”, che comprende sostanze e pratiche mediche non vietate dall’Agenzia mondiale antidoping, ma considerate eticamente discutibili se utilizzate da atleti sani.
Secondo il MPCC, l’assenza di regole chiare e tempestive espone il gruppo a un doppio rischio: da un lato la perdita di credibilità dello sport, dall’altro la tutela della salute dei corridori. In un contesto competitivo estremo, sottolinea l’associazione, il timore è che gli atleti si sentano costretti a ricorrere a prodotti controversi solo per restare al livello degli avversari.
Il problema, per il MPCC, risiede anche nei tempi lunghi dei processi antidoping. Le indagini su nuove sostanze o trattamenti procedono spesso senza decisioni immediate, lasciando spazio a interpretazioni, utilizzi diffusi e dibattiti che si ripetono di stagione in stagione. Da qui la proposta di un approccio più prudente: sospendere temporaneamente l’uso di un prodotto durante la fase di analisi e autorizzarlo solo una volta chiariti i suoi effetti e la sua sicurezza.
Il caso dei chetoni viene citato come esempio emblematico. Entrati nel dibattito già nel 2017, dopo la pubblicazione dei primi studi scientifici, hanno visto il MPCC assumere fin da subito una posizione netta di rifiuto. Solo quasi due anni dopo, la UCI ha diffuso una “raccomandazione di non utilizzo”, che però non ha valore di norma vincolante. Molti team e corridori hanno continuato a farne uso, arrivando in alcuni casi a stipulare accordi commerciali con i produttori. Anche il recente richiamo della UCI del 25 ottobre 2025 si è limitato a ribadire una raccomandazione, senza introdurre un divieto formale, lasciando aperta la discussione.
Accanto ai chetoni, il MPCC segnala il ritorno di voci legate alla cosiddetta “finishing bottle”, con miscele di sostanze al limite che circolerebbero nel gruppo nelle fasi finali delle corse. Cresce inoltre l’attenzione su farmaci come il tapentadolo, analgesico fino a dieci volte più potente del tramadolo, vietato in gara dopo dodici anni di pressioni da parte dello stesso MPCC. Il tapentadolo è ora sotto monitoraggio da parte della UCI, ma l’associazione teme che si stia nuovamente aspettando troppo, mentre la sicurezza dei corridori e il numero di cadute restano un tema sensibile.
Per il MPCC, la rapidità di intervento è possibile, come dimostra il caso dell’uso non diagnostico del monossido di carbonio. Emerso durante il Tour de France 2024, sarà inserito dall’Agenzia mondiale antidoping tra i metodi proibiti a partire dal 2026, segno che decisioni rapide possono essere prese quando c’è volontà politica.
La posizione dell’associazione resta invariata: finché la zona grigia continuerà a esistere, la credibilità del ciclismo sarà compromessa e la salute dei corridori resterà esposta a rischi evitabili. Il MPCC chiede alla UCI di definire regole chiare e condivise sui prodotti e le pratiche che rientrano in quest’area, identificandoli in modo trasparente affinché squadre e atleti sappiano dove si collocano dal punto di vista etico.
Sul tema dei chetoni, infine, la linea dei membri MPCC, confermata a maggioranza durante l’assemblea generale di Parigi del 22 ottobre, è di chiudere definitivamente il dibattito. I team aderenti continueranno a seguire la raccomandazione UCI di non utilizzo e non accetteranno sponsorizzazioni legate a questo tipo di prodotti.






































