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Home Eventi e cultura

La Fiab tiene più alle biciclette che ai ciclisti

Redazione di Redazione
7 Giugno 2010
in Eventi e cultura, Varie
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La Fiab tiene più alle biciclette che ai ciclisti

7 giu 2010 – Suona davvero strano che a festeggiare l’eliminazione dell’obbligo del casco nelle nuove norme del Codice della Strada sia proprio un’associazione dedicata ai ciclisti, eppure è così.

La Fiab, anzi, sta portando avanti da parecchio tempo la sua campagna contro l’obbligatorietà del casco (non contro il casco, precisano, anche se alcune dichiarazioni ci fanno pensare che molti signori Fiab non abbiano mai provato davvero un casco moderno) perché, dati alla mano, avrebbe effetti peggiori del bene che vorrebbe produrre.

L’obbligo del casco – è la posizione della Fiab – porterebbe molti utenti della bicicletta ad allontanarsi dalle due ruote per altri mezzi di trasporto, con conseguenze negative sul traffico e, in definitiva, anche sulla salute visto che non si godrebbero più i benefici di una sana pedalata.

Il vanto della Fiab

Sul loro sito ci sono anche tante altre giustificazioni a sostegno della tesi contro il casco obbligatorio.

Alla Fiab, temono che chi ci governa possa mettere a tacere altre richieste rivolte alla sicurezza stradale dei ciclisti con il palliativo della legge sul casco. Comprensibile, ma addirittura bocciare la legge sul casco per questo ci pare eccessivo.

Forse alla Fiab non si rendono conto che il casco in realtà “serve”, senza se e senza ma. È utile davvero, pensate, anche a basse velocità. Da pedalatori assidui, dovrebbero accorgersi di come le nostre città siano piene di spigoli e pericoli per la testa dei ciclisti. E che a bassa velocità la testa tende inesorabilmente verso terra in caso di caduta. È o non è la parte più pesante del corpo come ci hanno insegnato a scuola? Ad alta velocità l’impatto col terreno è meno perpendicolare anzi.

Un ciclista che cade, anche a bassa velocità, non è assimilabile a un pedone che inciampa: primo, perché la bicicletta può creare impaccio nella cadute e nelle naturali difese istintive, secondo perché in bici si sta in una posizione rialzata rispetto al normale andare a piedi, quindi si cade da maggiore altezza.

Invece sul sito della Fiab si continuano a leggere frasi che con una parola moderna possiamo definire inesorabilmente come “benaltrismo”.

Navigando nel loro sito alle varie voci anti casco obbligatorio si trovano affermazioni come:

«In caso di impatto violento con un mezzo motorizzato il ciclista avrebbe comunque la peggio anche con il casco»

oppure

«[…] Un ciclista deve pedalare sotto sforzo quando va in salita, la sua testa ha bisogno perciò di essere ben ventilata e non sopporterebbe il peso di un casco integrale senza causare disturbi alla sua salute.»

Viene da pensare che alla Fiab siano rimasti un po’ indietro. A parte l’errore di chiamare “integrale” il casco a calotta (che integrale non è, caso mai quello sarebbe un casco da downhill) ritengono che affrontare una salita con un casco in testa possa essere più pericoloso che senza. Un casco, tra l’altro, ripara dai raggi del sole direttamente sulla testa, e il sistema di ventilazione interno rende comunque efficace il raffreddamento della testa visto che… non è un casco da moto completamente chiuso.
E in caso di impatto violento con un mezzo motorizzato il casco è meglio averlo, fidatevi.

Caso mai potrebbero preoccuparsi di consigliare per caschi di buon livello e ben aerati. Invece si preoccupano di più che la spesa del casco possa allontanare dall’acquisto della bici.

Addirittura la Fiab cita un articolo di Vittorio Sgarbi, che tiene molto al suo ciuffo (parla di quanto è bello sentire il vento nei capelli – forse il tuttologo non sa che esistono caschi dove l’aria passa, pure parecchio) e si compiace del fatto che gli abbiano rubato la sua Dei visto che “hanno condizionato una delle libertà fondamentali” (ai tempi dell’articolo si discuteva ancora del casco obbligatorio per tutti e non solo per i minori di 14 anni).

Leggendo ancora: «Se il legislatore vuole occuparsi veramente della sicurezza stradale dei bambini, perché non introduce sanzioni gravi per chi non applica e per chi non controlla l’applicazione delle norme esistenti quali: educazione alla mobilità ciclistica nelle scuole (art. 230 del Codice della Strada); strade con adeguate infrastrutture ciclabili […]» ci manca solo la citazione sulla fame nel mondo per farci capire che i problemi sono ben altri (appunto).

Poi, però, la Fiab chiarisce pure che l’uso del casco è consigliato. Che, anzi, è buona cosa il giubbino rifrangente (quello sì che garantisce una sauna sicura – invece che altre soluzioni per farsi vedere).

Insomma la Fiab consiglia il casco a patto che non vi faccia decidere di smettere di andare in bici e magari di non pagare più la quota associativa alla Fiab stessa.

Oppure non abbiamo capito niente. Ma ci piace pensare che se la legge sul casco possa essere utile a salvare anche una sola vita umana, allora, quella sarebbe una buona legge. Senza se e senza ma.
La Fiab dovrebbe impegnarsi di più a migliorare la cultura ciclistica, invece di abbassarsi al livello dei meno attenti.

Guido P. Rubino

Commenti

Ha ragione la FIAB di: Massimo Bacilieri

Premessa: vado quotidianamente al lavoro in bici, e il caschetto lo indosso sempre, ogni volta che prendo la bici. Ne consiglio il suo uso senza eccezione. Detto questo, andrò controcorrente ma condivido in pieno la posizione della FIAB: a leggere tra le righe, l\\\\\\\’imposizione del caschetto nasconde un messaggio subliminale pericolosissimo. E cioè che in realtà non c\\\\\\\’è la minima intenzione di fare qualcosa per i ciclisti. Anzi, la sicurezza – che pur dovrebbe essere garantita loro da CdS e Costituzione, se la devono trovare arrangiandosi da soli, perché tanto di tutelarli facendo rispettare le regole a chi non le rispetta, gli enti preposti non ne hanno la minima intenzione né, a quanto danno intendere, l\\\\\\\’avranno. A ben guardare, questo sistema perverso di disincentivazione mascherata, è ben chiaro guardando le oscene \\\\\\\”ciclabili\\\\\\\” che vengono costruite, che così come sono non sono certo nuovi spazi riservati dati ai ciclisti, bensì una forma di ghettizzazione in percorsi impraticabili. Quasi augurandosi che questi \\\\\\\”ostinati a due ruote\\\\\\\” la smettano una buona volta di girare in silenzio, senza inquinare, senza rischiare di uccidere altri, senza consumare benzina e senza invadere le strade con auto parcheggiate. Bene ha fatto la FIAB, è ora di finirla che gli unici sistemi per \\\\\\\”tutelare\\\\\\\” i ciclisti passino attraverso vessazioni e imposizioni ai ciclisti stessi. Si cominci anche a far rispettare le regole a chi ha fatto delle infrazioni un\\\\\\\’abitudine quotidiana (quale è la circolazione automobilistica).

Veramente è quello che pensano anche in Danimarca… di: Marcopie

di: Mammifero Bipede

casco e piste ciclabili di: Giuseppe Merlin

Di buone intenzioni è lastricata la via dell’Inferno, recitava un adagio che ci ripetevano i preti quando ero ragazzo. Di buone intenzioni sono piene le leggi italiane. Prendiamo quella delle piste ciclabili. Assimilate alle mulattiere, devono dare la precedenza ad ogni incrocio, anche se la strada che le affianca ha diritto di precedenza. Così accade che per andare in centro città, in ciclabile, io debba fermarmi almeno 15 volte, compiendo gimkane assurde ad ogni incrocio e andando sulle montagne russe ogni volta che un accesso carrabile si apre sulla strada. Per non parlare dei pedoni da scansare e dei cartelli stradali piantati sulla pista. Io, ciclista quotidiano e lento, mi limito a brontolare in silenzio e resto in pista, ritenendomi un po’ più sicuro che sulla carreggiata riservata alle auto. I ciclisti sportivi, al contrario, specialmente se in gruppo, sfrecciano ai 30 o 40 all’ora sulla strada sfidando il traffico automobilistico. Come dar loro torto? In pista dovrebbero rispettare i 20 km/h e fare lo slalom. Ecco, gentile Rubino, con tutta la buona volontà, in Italia è difficile andare in bicicletta e, contemporaneamente, rispettare la legge. Dovremmo, in futuro, andare tutti in pista ciclabile, con il casco in testa, i fanali e il campanello. Io penso che questo futuro dovremmo programmarlo insieme, agendo sui nostri soci e amici perché cambino abitudini e, contemporaneamente, sulle istituzioni perché facciano il possibile per creare le condizioni per una ciclabilità più “umana”. PS: come avrà visto, abbiamo cambiato, anche grazie al suo intervento, il titolo del nostro articolo sul sito. Non possiamo, tuttavia, rinunciare alla soddisfazione per aver raggiunto un obiettivo per noi importante. Giuseppe Merlin Direttore Fiab

di: Guido Rubino

Intanto ringrazio il presidente della Fiab per il suo gentile intervento. Premetto (avrei dovuto farlo prima, a scanso di equivoci) che ho un giudizio molto positivo, in generale, per quanto riguarda la Fiab. Iniziative e sostegno a favore della ciclabilità del territorio sono lodevoli tanto più perché portate avanti a dispetto di molte difficoltà e con l’impegno di tantissimi associati che non lo fanno certo per interesse economico.

Detto questo, mi pare che i toni li abbia alzati proprio la Fiab parlando di trionfo dell’eliminazione dell’obbligo del casco (e in questi giorni, sul sito Fiab, è stata anche rincarata la dose).

Secondo me si rischia di far passare una comunicazione sbagliata. Un utente che si collega al sito Fiab rischia di recepire un messaggio sbagliato del tipo: “il casco è consigliato ma tanto serve a poco”. Ecco, questo è l’errore di base che mi ha portato a scrivere l’articolo.

Oltre ad alcune considerazioni che mi fanno pensare che c’è una concezione sbagliata del casco (che faccia scaldare la testa, ad esempio). Il casco, poi, è utile a qualsiasi velocità e contro qualsiasi cosa si impatti. I danni possono essere gravissimi ma proteggere la testa è comunque indispensabile, l’ho già detto. Anche se un casco da bici non offre la protezione di uno da moto (ovviamente).

Basta parlare con chi produce caschi da bici (a proposito: curioso come l’Ancma sia stata assolutamente assente nella discussione nelle sedi preposte) per rendersi conto di come i modelli moderni non siano certo così caldi come temuto e come possano essere protettivi in ogni circostanza. Anche contro il sole cocente (e non è solo marketing).

Anche sulla questione relativa alla contrazione di gente che pedala con l’eventuale obbligatorietà del casco rimango perplesso. E non posso non pensare al paragone con le moto. È stato accettato anche tra i corridori professionisti ormai (che erano i primi a contrastarlo proprio per la paura del caldo). E non è solo questione di soldi.

Abbassiamo i toni, per favore di: Giuseppe Merlin Dir

Ho letto con attenzione l’articolo e farò tesoro di alcune affermazioni. Mi si lasci esprimere, tuttavia, alcune considerazioni. Certamente i toni trionfalistici nel nostro sito sono inadeguati, frutto di una sorpresa inaspettata. Fuori luogo sono anche alcune affermazioni che leggo in questo blog. Mi limiterò ad affermare che la Fiab ha un solo interesse da difendere: la diffusione dell’uso quotidiano della bicicletta. L’obbligatorietà dell’uso del casco oggi sarebbe, a nostro parere, controproducente anche per la sicurezza dei ciclisti. Parlo di quelli che usano la bicicletta tutti i giorni per andare al lavoro o a fare la spesa. La cosa è stata ben illustrata dall’amico ing. Galatola, esperto di sicurezza, davanti alla Commissione Trasporti della Camera. Sono tra quelli favorevoli all’uso del casco, ma vi assicuro che L’ing. Galatola, in quell’occasione ha convinto anche me. Capisco la vostra costernazione di fronte ad una posizione apparentemente schizofrenica. Spero che abbiamo il modo di chiarirci reciprocamente. La cosa richiede tempo e disponibilità reciproca. Intanto, per favore, abbassiamo, tutti, i toni della discussione. Cordiali saluti. Giuseppe Merlin Direttore Fiab

Vergogna di: Claudio

Lavoro come ispettore di polizia locale in un comune.Ho la fortuna di insegnare ai ragazzini delle elementari il comportamento da tenere sulla strada con le loro biciclette. Il casco è la prima cosa che raccomando di usare e questi cosa fanno? Vergogna!

troppo dirigismo di: giancarlo

io il casco lo metto sempre per le uscite in bici. ma se voglio andare a prendere il giornale con la city bike senza casco voglio essere libero di farlo chiaro? tra un pò ci obbligheranno a mettere il casco anche sotto la doccia. sai quanta gente scivola e batte la testa?

Incomprensibile di: rosetta

Davvero incomprensibile e assurda la posizione della FIAB. Sembra quasi che debbano proteggere qualche interesse “occulto”…. ma non si capisce quale. Forse sono rimasti molto indietro con la loro concezione della mobilità, senza contare che sembrano scambiare i caschi per bici con quelli per moto! E inoltre, troppe volte si legge nella cronaca nera di incidenti urbani dove persone comuni in bicicletta, investite o urtate da automezzi, cadono battendo la testa con esito mortale, anche a basse velocità! Persone che molte volte si sarebbero salvate se avessero avuto il capo protetto.

di: magociclo

Condivido tutto, senza se e senza ma, quello che ha scritto Guido. Anche a me è sembrata folle e pretestuosa la posizione FIAB. SOno giunto al punto di chiedermi, dopo 40 anni di pedalate, se fossi io a non aver capito niente. Dopo aver letto le parole di Guido, che stimo essere uno dei più preparati ciclisti italiani, mi rinfranco. Posso tornare a pedalare, con il casco in testa, of course!


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Ha ragione la FIAB di: Massimo Bacilieri

Premessa: vado quotidianamente al lavoro in bici, e il caschetto lo indosso sempre, ogni volta che prendo la bici. Ne consiglio il suo uso senza eccezione. Detto questo, andrò controcorrente ma condivido in pieno la posizione della FIAB: a leggere tra le righe, l\\\\\\\’imposizione del caschetto nasconde un messaggio subliminale pericolosissimo. E cioè che in realtà non c\\\\\\\’è la minima intenzione di fare qualcosa per i ciclisti. Anzi, la sicurezza – che pur dovrebbe essere garantita loro da CdS e Costituzione, se la devono trovare arrangiandosi da soli, perché tanto di tutelarli facendo rispettare le regole a chi non le rispetta, gli enti preposti non ne hanno la minima intenzione né, a quanto danno intendere, l\\\\\\\’avranno. A ben guardare, questo sistema perverso di disincentivazione mascherata, è ben chiaro guardando le oscene \\\\\\\”ciclabili\\\\\\\” che vengono costruite, che così come sono non sono certo nuovi spazi riservati dati ai ciclisti, bensì una forma di ghettizzazione in percorsi impraticabili. Quasi augurandosi che questi \\\\\\\”ostinati a due ruote\\\\\\\” la smettano una buona volta di girare in silenzio, senza inquinare, senza rischiare di uccidere altri, senza consumare benzina e senza invadere le strade con auto parcheggiate. Bene ha fatto la FIAB, è ora di finirla che gli unici sistemi per \\\\\\\”tutelare\\\\\\\” i ciclisti passino attraverso vessazioni e imposizioni ai ciclisti stessi. Si cominci anche a far rispettare le regole a chi ha fatto delle infrazioni un\\\\\\\’abitudine quotidiana (quale è la circolazione automobilistica).

Veramente è quello che pensano anche in Danimarca… di: Marcopie

di: Mammifero Bipede

casco e piste ciclabili di: Giuseppe Merlin

Di buone intenzioni è lastricata la via dell’Inferno, recitava un adagio che ci ripetevano i preti quando ero ragazzo. Di buone intenzioni sono piene le leggi italiane. Prendiamo quella delle piste ciclabili. Assimilate alle mulattiere, devono dare la precedenza ad ogni incrocio, anche se la strada che le affianca ha diritto di precedenza. Così accade che per andare in centro città, in ciclabile, io debba fermarmi almeno 15 volte, compiendo gimkane assurde ad ogni incrocio e andando sulle montagne russe ogni volta che un accesso carrabile si apre sulla strada. Per non parlare dei pedoni da scansare e dei cartelli stradali piantati sulla pista. Io, ciclista quotidiano e lento, mi limito a brontolare in silenzio e resto in pista, ritenendomi un po’ più sicuro che sulla carreggiata riservata alle auto. I ciclisti sportivi, al contrario, specialmente se in gruppo, sfrecciano ai 30 o 40 all’ora sulla strada sfidando il traffico automobilistico. Come dar loro torto? In pista dovrebbero rispettare i 20 km/h e fare lo slalom. Ecco, gentile Rubino, con tutta la buona volontà, in Italia è difficile andare in bicicletta e, contemporaneamente, rispettare la legge. Dovremmo, in futuro, andare tutti in pista ciclabile, con il casco in testa, i fanali e il campanello. Io penso che questo futuro dovremmo programmarlo insieme, agendo sui nostri soci e amici perché cambino abitudini e, contemporaneamente, sulle istituzioni perché facciano il possibile per creare le condizioni per una ciclabilità più “umana”. PS: come avrà visto, abbiamo cambiato, anche grazie al suo intervento, il titolo del nostro articolo sul sito. Non possiamo, tuttavia, rinunciare alla soddisfazione per aver raggiunto un obiettivo per noi importante. Giuseppe Merlin Direttore Fiab

di: Guido Rubino

Intanto ringrazio il presidente della Fiab per il suo gentile intervento. Premetto (avrei dovuto farlo prima, a scanso di equivoci) che ho un giudizio molto positivo, in generale, per quanto riguarda la Fiab. Iniziative e sostegno a favore della ciclabilità del territorio sono lodevoli tanto più perché portate avanti a dispetto di molte difficoltà e con l’impegno di tantissimi associati che non lo fanno certo per interesse economico.

Detto questo, mi pare che i toni li abbia alzati proprio la Fiab parlando di trionfo dell’eliminazione dell’obbligo del casco (e in questi giorni, sul sito Fiab, è stata anche rincarata la dose).

Secondo me si rischia di far passare una comunicazione sbagliata. Un utente che si collega al sito Fiab rischia di recepire un messaggio sbagliato del tipo: “il casco è consigliato ma tanto serve a poco”. Ecco, questo è l’errore di base che mi ha portato a scrivere l’articolo.

Oltre ad alcune considerazioni che mi fanno pensare che c’è una concezione sbagliata del casco (che faccia scaldare la testa, ad esempio). Il casco, poi, è utile a qualsiasi velocità e contro qualsiasi cosa si impatti. I danni possono essere gravissimi ma proteggere la testa è comunque indispensabile, l’ho già detto. Anche se un casco da bici non offre la protezione di uno da moto (ovviamente).

Basta parlare con chi produce caschi da bici (a proposito: curioso come l’Ancma sia stata assolutamente assente nella discussione nelle sedi preposte) per rendersi conto di come i modelli moderni non siano certo così caldi come temuto e come possano essere protettivi in ogni circostanza. Anche contro il sole cocente (e non è solo marketing).

Anche sulla questione relativa alla contrazione di gente che pedala con l’eventuale obbligatorietà del casco rimango perplesso. E non posso non pensare al paragone con le moto. È stato accettato anche tra i corridori professionisti ormai (che erano i primi a contrastarlo proprio per la paura del caldo). E non è solo questione di soldi.

Abbassiamo i toni, per favore di: Giuseppe Merlin Dir

Ho letto con attenzione l’articolo e farò tesoro di alcune affermazioni. Mi si lasci esprimere, tuttavia, alcune considerazioni. Certamente i toni trionfalistici nel nostro sito sono inadeguati, frutto di una sorpresa inaspettata. Fuori luogo sono anche alcune affermazioni che leggo in questo blog. Mi limiterò ad affermare che la Fiab ha un solo interesse da difendere: la diffusione dell’uso quotidiano della bicicletta. L’obbligatorietà dell’uso del casco oggi sarebbe, a nostro parere, controproducente anche per la sicurezza dei ciclisti. Parlo di quelli che usano la bicicletta tutti i giorni per andare al lavoro o a fare la spesa. La cosa è stata ben illustrata dall’amico ing. Galatola, esperto di sicurezza, davanti alla Commissione Trasporti della Camera. Sono tra quelli favorevoli all’uso del casco, ma vi assicuro che L’ing. Galatola, in quell’occasione ha convinto anche me. Capisco la vostra costernazione di fronte ad una posizione apparentemente schizofrenica. Spero che abbiamo il modo di chiarirci reciprocamente. La cosa richiede tempo e disponibilità reciproca. Intanto, per favore, abbassiamo, tutti, i toni della discussione. Cordiali saluti. Giuseppe Merlin Direttore Fiab

Vergogna di: Claudio

Lavoro come ispettore di polizia locale in un comune.Ho la fortuna di insegnare ai ragazzini delle elementari il comportamento da tenere sulla strada con le loro biciclette. Il casco è la prima cosa che raccomando di usare e questi cosa fanno? Vergogna!

troppo dirigismo di: giancarlo

io il casco lo metto sempre per le uscite in bici. ma se voglio andare a prendere il giornale con la city bike senza casco voglio essere libero di farlo chiaro? tra un pò ci obbligheranno a mettere il casco anche sotto la doccia. sai quanta gente scivola e batte la testa?

Incomprensibile di: rosetta

Davvero incomprensibile e assurda la posizione della FIAB. Sembra quasi che debbano proteggere qualche interesse “occulto”…. ma non si capisce quale. Forse sono rimasti molto indietro con la loro concezione della mobilità, senza contare che sembrano scambiare i caschi per bici con quelli per moto! E inoltre, troppe volte si legge nella cronaca nera di incidenti urbani dove persone comuni in bicicletta, investite o urtate da automezzi, cadono battendo la testa con esito mortale, anche a basse velocità! Persone che molte volte si sarebbero salvate se avessero avuto il capo protetto.

di: magociclo

Condivido tutto, senza se e senza ma, quello che ha scritto Guido. Anche a me è sembrata folle e pretestuosa la posizione FIAB. SOno giunto al punto di chiedermi, dopo 40 anni di pedalate, se fossi io a non aver capito niente. Dopo aver letto le parole di Guido, che stimo essere uno dei più preparati ciclisti italiani, mi rinfranco. Posso tornare a pedalare, con il casco in testa, of course!

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