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Home Biciclette

Van der Poel, Boonen, Ballerini, Moser: signori di stile alla Parigi-Roubaix

Dopo l'impresa di MVDP ci siamo divertiti a scavare nel recente passato per trovare altri tre esempi magistrali di eleganza sul pavé

Maurizio Coccia di Maurizio Coccia
8 Aprile 2024
in Biciclette, Gare, TechNews
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Van der Poel, Boonen, Ballerini, Moser: signori di stile alla Parigi-Roubaix

foto ©ASO

Regina delle Classiche, ma anche regina di stile: la Paris-Roubaix è la corsa che suggella il più elegante dei gesti del ciclismo su strada, quello del pedalare da seduti, a mani basse, con il busto perfettamente parallelo al terreno.

Sì, perché per domare quel fondo terribile devi essere il più composto possibile, per reggerti in equilibrio sulla bicicletta ci devi quasi danzare; il pavè della Roubaix è roba dove va più forte chi ha più forza ma dà l’impressione di non faticare; ovviamente è tutto l’opposto se le gambe ti abbandonano di colpo.

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Alla Roubaix 2024 “sua maestà” Mathieu van der Poel è stato maestro anche e soprattutto in questo, maestro d’eleganza.

Di maestri d’eleganza la Roubaix ne ha appunto conosciuti tanti, maestri e specialisti di questa corsa massacrante ma allo stesso tempo incredibilmente elegante.

Francesco Moser, Franco Ballerini, Tom Boonen e appunto MVDP sono quelli che a nostro avviso lo documentano bene; le loro foto sul pavè sono da manuale dello stile in sella, sono esempio perfetto per capire come si deve condurre la bicicletta da corsa.

Moser, Ballerini, Boonen e van der Poel: questi quattro non sono in assoluto i corridori più eleganti della storia, ci mancherebbe (quantomeno perché il giudizio tecnico/estetico di chi scrive potrebbe essere differente da quello di altri), ma sono sicuramente i più adatti per raccontare attraverso il metro dello stile l’era moderna della corsa delle pietre, e farlo anche mettendoci il repertorio dei materiali che nel corso di questo mezzo secolo hanno utilizzato i prof.

Cominciamo da MVDP; allora.

Mathieu van der Poel: quando lo stile è “di serie”

In barba ai nostalgici del su misura, a quelli che “una volta le bici erano cucite a pennello sul corpo del corridore”, in barba a tutto questi Van der Poel utilizza da anni un telaio in taglia standard. E sul suo 56 centimetri siglato Canyon sembra starci a pennello, appunto.

L’eleganza del suo assetto è tale anche grazie all’equilibrio nelle dimensioni e nei volumi di telaio e componenti: l’attacco manubrio è perfettamente a battuta sul tubo di sterzo ed ha una lunghezza proporzionata rispetto al telaio (12 centimetri), diversamente da quel che accade per tanti suoi colleghi che preferiscono sottodimensionare la taglia del telaio e allungare l’attacco, con il rischio però di sedere su biciclette sottosterzanti, che in curva devi farti il segno della croce…


Anche la sella di MVDP, da parte sua, è ben centrata sul reggisella, mentre quest’ultimo ha uno svettamento equilibrato. Misura delle pedivelle? Anche in questo caso l’olandese è abbastanza “classico”, nel senso che le sue Dura-Ace da 172,5 millimetri sono ben lontane da quella tendenza di tanti corridori attuali di ridurre il braccio di leva. E in fondo se la pedalata di MVDP appare più rotonda rispetto ad altri, è anche merito di questo.

A questo va aggiunta una conformazione fisica perfetta, nel senso che equilibra il rapporto tra i segmenti corporei di gambe, busto (altezza 184 cm, altezza sella 78 cm) e spalle, anche in questo caso con un manubrio largo 41 centimetri, quindi non esageratamente stretto come invece scelgono oggi tanti suoi colleghi.

Il resto della maestria di MVDP lo fa una tecnica di guida superlativa, che fa perno su una incredibile sensibilità a “sentire” il mezzo e che è stata addestrata negli anni giovanili sui campi del ciclocross. All’ultima Roubaix ogni curva sul pavé di van der Poel è stata da manuale di guida; e lo è stata ancor più quando, ai meno sessanta dall’arrivo, l’olandese si è scrollato di dosso la compagnia degli altri corridori e ha potuto scegliere magistralmente le traiettorie e le linee che sapeva lui, magari guadagnando qualche decimo di secondo in più, curva dopo curva.

Tom Boonen, quel busto che ammortizzava

Che la Roubaix sia corsa appannaggio soprattutto di corridori di taglia Large o Extralarge lo conferma anche un altro grande del recente passato: Tom Boonen, lui che la Roubaix l’ha vinta quattro volte: 192 centimetri di altezza per il fiammingo, che in realtà aveva una conformazione fisica particolare.

Rispetto alla media Boonen aveva un segmento del busto molto pronunciato nel rapporto con le gambe: probabilmente era anche per questo che quando “menava” sul pavé il belga utilizzava il busto quasi come una sorta di naturale elemento di distribuzione (e quindi di dissipazione) delle micidiali botte trasmesse dal fondo stradale.

Da parte loro, le gambe relativamente corte, consentivano al belga di schiacciare meglio verso terra il baricentro del peso migliorando così l’aderenza e il grip quando affrontava le curve sul pavè. Caratteristiche simili rendevano unico lo stile di Boonen, assimilandolo a quello di un abile crossista la cui azione sullo sconnesso dava una incredibile impressione di naturalezza, di facilità a domare quel fondo così ostico.

Franco Ballerini, spartiacque tra due ere

Due volte vincitore alla Roubaix, Franco Ballerini è stato in un certo senso il corridore che ha fatto da spartiacque di stile e tecnica per quel che riguarda il modo di condurre la bici nella regina delle classiche.

La sua posizione in sella era ancora quella da manuale del passista di quei tempi: assetto leggermente arretrato e spinta sui pedali tendenzialmente da dietro, testimoniata da due quadricipiti e due glutei poderosi.

Quello era l’assetto naturale e congeniale per Ballerini, e lo era ancor più in una corsa come la Roubaix, dove era richiesta tanta forza di spinta e dove non potevi e non dovevi alzarti sui pedali neanche per un metro.

Ballerini era maestro a condurre quelle bici con il tradizionale assetto arretrato, assetto che poi negli anni a seguire lasciò spazio a telai dalle geometrie più scattanti, assetti più avanzati e materiali più performanti.

I materiali, appunto: Ballerini fu spartiacque anche perché fu il primo a vincere la Roubaix su una bici in carbonio – l’iconica C40 di Colnago – e lo fece in tempi in cui i puristi della strada temevano che quel materiale così leggero potesse rompersi su un terreno così accidentato. La storia ci ha dimostrato che le cose poi andarono in modo decisamente diverso: prima con i telai, e una decina di anni dopo anche con le ruote.

La C40 di Ballerini è conservata nel museo “La Collezione” di Colnago
Si riconosce facilmente perché conserva ancora il fango originale della gara fermato con un fissante.
Quella del 1995 fu invece presa rapidamente dai meccanici e lavata come una bicicletta qualsiasi.

Francesco Moser

1978, 1979, 1980: probabilmente lo storico tris consecutivo di Francesco Moser alla Roubaix incorona il più ostinato dei corridori nella corsa che più delle altre richiedeva abnegazione e sacrificio. Il tutto era condito da una incredibile potenza.


Che Moser sia stato il primo a dare l’idea di “spianare” in velocità il pavè forse è anche per via delle immagini televisive che solo a quell’epoca iniziavano a farsi nitide e definite. Fatto è che il trentino in sella sul pavé era uno spettacolo puro, al pari di un “Van der Poel” moderno.

Quando era a tutta sul pavé la schiena di Francesco era perfettamente parallela al terreno su bici che non avevano certo il dislivello sella-manubrio attuale; le gambe spingevano dritte come stantuffi sui pedali a circa 95, 100 pedalate al minuto e la braccia leggermente aperte lo aiutavano a gestire l’equilibrio, mantenendo però sempre i perfetti 90 gradi nell’articolazione tra braccio e avambraccio.

Basta guardare le foto del tempo per capire che, a quell’epoca, a guidare la bici in quel modo erano pochissimi, forse soltanto lui.

 

Tag: francesco moserfranco ballerinimathieu van der poelparigi roubaixparigi roubaix 2024tom boonen

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