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Home Gare

Giro d’Italia: la tattica della fuga. Sembra facile? Manco per niente!

Redazione di Redazione
12 Maggio 2017
in Gare, TechNews
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Giro d’Italia: la tattica della fuga. Sembra facile? Manco per niente!

Ci avete mai pensato a come si va in fuga. Quando accendiamo la tv spesso sono già lì, partiti a inizio tappa “in qualche modo”. C’è un lavoro pazzesco dietro. Ce lo spiega Stefano Boggia. Ex corridore e… cacciatore di fughe.

COME SI ENTRA IN UNA FUGA

A volte si sentono dei commenti della gente esterna alla corsa quando vedono una fuga al Giro d’Italia quasi denigratori. Cose tipo: “oggi se la giocano i corridori di serie B”. Non sanno che, tolti gli uomini di classifica ed i velocisti con i loro relativi scudieri, oltre 120 – 140 corridori avrebbero voluto essere presenti in una fuga come quella di ieri, fuga che si è giocata la vittoria di tappa.

Negli ultimi anni la fuga prende il largo quasi sempre a inizio gara, dove spesso le telecamere sono poco presenti e così pure l’attenzione degli spettatori. La persona esterna non percepisce la battaglia che avviene fra cacciatori di tappe, giovani che vogliono mettersi in mostra, vincitori di grandi classiche che vogliono il loro giorno di gloria in una grande corsa a tappe, cacciatori di traguardi volanti e GPM. Una battaglia dura che consuma tutti. Vengono spesi in pochi chilometri decine e decine di scatti, ad andatura elevatissima, e solo un ristretto gruppo ce la farà. Per fare questo bisogna avere 3 qualità, a grandi linee con questa percentuale di importanza: 50 per cento di tattica, 30 per cento di potenza, 20 per cento di fortuna. Sì, conta anche questa.

Come scegliere, fra decine di scatti, quello buono? Oppure il momento adatto per partire? Ci sono diverse componenti che nonostante il momento concitato bisogna analizzare con freddezza. Una di queste è la composizione della fuga. Se abbiamo davanti a noi un gruppetto di 4-6 persone, per capire quante possibilità ha di andare in porto dobbiamo innanzitutto analizzare quali formazioni sono presenti. Sicuramente se non c’è nessuna squadra Professional, che vivono di fughe e quindi hanno l’assoluta necessità di essere presenti, il gruppetto avrà vita dura. Se poi nel gruppo dei fuggitivi fosse presente anche una maglia di quelle che fanno il treno nel finale per un capitano, ancora meglio: avremo una squadra in meno che tira per venirci a prendere. Su tutto questo poi bisogna analizzare le gambe dei componenti del gruppetto: stare in fuga tutto il giorno non è uno scherzo, e se vediamo alcuni componenti in difficoltà già alle prime battute, probabilmente saranno un peso morto per il resto della tappa.

Il momento è un altro fattore fondamentale. Raramente le fughe partono con un colpo di fortuna, a gruppo fermo. Più spesso s’involano per sfinimento altrui: dopo 30 – 40 km di scatti, molti non sono più in grado di reagire e una sparata ben assestata può essere il colpo definitivo che delinea la tappa: chi è nella fuga si gioca la vittoria, chi non c’è dovrà aspettare un altro giorno. Questo avviene nella maggior parte dei casi con un contropiede, ovvero aspettare una bella azione di una discreta potenza e poi scattare appena questa viene ripresa. In questo senso spesso elementi naturali del percorso vengono d’aiuto: una curva, una salitella o un falsopiano, un po’ di vento laterale.

Si può allenare la capacità di entrare in fuga? È una di quelle finezze sommerse che spesso trascurano non solo gli appassionati ma addirittura i corridori stessi.
La risposta è senz’altro sì.
La caccia alle fughe era la mia specialità, e quando i miei D.S. Podenzana e Borgheresi mi davano l’ordine di essere davanti, raramente sbagliavo. Ma questo non era frutto di come mi svegliavo al mattino. Le caratteristiche di un cacciatore di fughe sono simili a quelle di un inseguitore su pista: bisogna avere la capacità di fare 3, 4, a volte 5 km a ritmi elevatissimi, fuori della soglia anaerobica, per potersi “sganciare” dal gruppo. Se la fuga ha già un piccolo margine, massimo 15”, si può “rientrare”, ma bisogna avere nelle gambe la capacità di fare 1 km ad almeno 62-63 all’ora, parlando di pianura in assenza di vento. Avere queste potenzialità, che vanno allenate periodicamente, significa avere più possibilità di mantenere la calma e il sangue freddo per analizzare chi è presente nella fuga. A tutto questo va aggiunta – da non sottovalutare – la capacità mentale di dare il 110 per cento in un tratto molto lontano dall’arrivo.

Stefano Boggia (www.daccordistore.it)

Tag: fugagaregiro d'italiagiro d'italia 2017professionistitattica

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