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Home Eventi e cultura

Granfondo Marco Pantani 2018. Tra ricordi, storia e bei posti

Carlo Brena di Carlo Brena
4 Settembre 2018
in Eventi e cultura, TechNews
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Granfondo Marco Pantani 2018. Tra ricordi, storia e bei posti

A distanza di vent’anni da quel magico 1998 in cui il pirata firma la doppietta Giro e Tour, torna la Granfondo Marco Pantani. Non una semplice gara nell’entroterra romagnolo, ma una weekend di incontri, abbracci, lacrime e risate.

La sala dove si tiene la cena di gala è di quelle grandi, luminose e sciccose. Grosso modo ci saranno una trentina di grandi tavoli rotondi coperti da tovaglie bianche che cadono a sfiorare il pavimento. Ogni tavolo ha otto sedie e un biglietto al centro con scritto il nome di un VIP: a me danno indicazione di sedermi a quello di Beppe Martinelli. Sì proprio lui, il direttore sportivo che ha vinto tutto, grandi giri e classiche monumento, una vera istituzione in ammiraglia. È al volante anche nell’estate del 1998, in quella magica stagione in cui Marco firma la doppietta Giro d’Italia e Tour de France. E lui c’era, e c’è anche questa sera, in una cena charity che vuole ricordare vent’anni dopo quel “uno/due” pugilistico che mette al tappeto tutto il mondo del ciclismo su strada, e che sarà il leit motiv dell’intero weekend.

Agli altri tavoli intravvedo Moser, Cassani, Berzin, Cipollini ma anche Velo, Barbero e altri gregari di Marco nel team che lo stesso Beppe Martinelli ha definito “una vera squadra, una squadra vera”.

Tra l’aperitivo e il primo, e poi il secondo e il dolce, si intervallano al microfono personaggi vari, come Antonino Cassisi, responsabile della chirurgia maxillo-facciale dell’ospedale di Bergamo, allievo di Ralph Millard, il luminare dell’Università di Miami: Cassisi da anni opera anche in Armenia per ridare un sorriso ai bambini di quelle terre usate dai sovietici per chissà quali esperimenti. Il microfono passa a Matteo Gazzoli, primo cittadino di Cesenatico, la patria di Marco, che ricorda le atmosfere di quell’estate: «Avevo 12 anni ed ero un esordiente, e quando uscivo in allenamento, ricordo che dalle macchine abbassavano i finestrini e gridavano ‘vai pirata…’». Lui, che sulla scrivania in Comune ha una foto in cui Marco tiene in braccio il futuro Sindaco del suo paese. «In quella estate, eravamo sempre su di giri: l’entusiasmo per le sue imprese era tale che proprio non capivamo più niente».

Di fronte a me, dall’altra parte del tavolo, c’è il feldmaresciallo Martinelli (pare che quando esercitasse il suo ruolo di direttore tecnico di un team non fosse proprio un agnellino…) che ascolta in silenzio mentre gli occhi vorrebbero scoppiare di lacrime. Deve avergli voluto bene come a un figlio: per lui Marco era qualcosa di più di un corridore da allenare e gestire. Forse da allenare, ma certo gestire era cosa ardua: «A volte facevamo riunioni pregara, molto lunghe, con tutta la squadra in silenzio, io spiegavo la tappa con più dettagli possibili, dando indicazioni sulla strategia… e poi Marco si alzava e diceva: ‘Scusa, ma quanto è lunga la salita? E dove dici che devo attaccare?” e poi in gara partiva e vinceva…capite che artista avevamo in squadra».

Staresti ore ad ascoltare i racconti dei ciclisti, degli ex pro, dei meccanici, dei massaggiatori, una raccolta di episodi che prosegue il giorno durante la pedalata che ci porta al cimitero dove Marco riposa dopo quel maledetto San Valentino del 2004. C’è chi pedala con una Bianchi replica color celeste e giallo, ci sono due tipi vestiti con la divisa (ormai consumata …) della Mercatone Uno, e uno dei due ha pure la bandana. C’è l’ammiraglia ufficiale di quel 1998, una FIAT Croma un po’ ammaccata ma con ancora il porta-bici sul tetto e il logo Mercatone Uno. Ci sono ovviamente anche Paolo e Tonina, i genitori di Marco, che da oltre 14 anni lottano per una verità che forse non sapremo mai. La tomba è una cappella aperta perché si possa entrare e dire una preghiera, una parola, una carezza al marmo grigio, una frase sul libro. Martinelli si tiene a distanza, lo intravvedo e per pudore non lo guardo, la sua commozione è vera, sincera, e mentre gli giro le spalle penso al dramma di una vicenda che ancora trascina con sé dolore e tristezza. Si lascia la cripta per passare dal museo a suo nome e tornare al Lungomare bike Hotel, un albergo che è stato tra i primi a credere nel binomio ciclismo e turismo, e che è il cuore pulsante della manifestazione. Ci prepariamo in vista della Serata in Giallo dove un brillante Davide De Zan guida gli spettatori tra video storici delle imprese di Marco (devono essere crudeli per lui quelli commentati dal papà Adriano) e testimonianze, comici e cantanti, risate e applausi.

Tonina Pantani, mamma di Marco

Il giorno dopo, alla partenza della granfondo che porta il suo nome siamo in mille che ci divideremo su tre percorsi. C’è aria di nuova organizzazione e uno spirito riformato per una manifestazione che vuole porsi obiettivi internazionali: a metterci la faccia Alessandro Vanotti, l’ex pro scudiero di Nibali, che ora veste i panni del consulente organizzativo, appassionato e credibile. In griglia siamo in quattro: io ed Elena ci conosciamo da tempo, con Francesca ci siamo intravisti in passato da Santini e Roberto è una piacevole conoscenza della cena di beneficienza. La granfondo è nostra, a diverse velocità ma pur sempre condivisa, con lente risalite dei tornanti, divertenti discese su asfalto (non proprio liscio, va detto!) e grandi trenate a condurci al mare. Ritrovarsi dopo lo striscione d’arrivo è un continuo scivolare di racconti e commenti. Su quelle strade Marco è cresciuto, si è allenato, ha costruito le imprese sulle Alpi, italiane e francesi. E noi pedaliamo pensando in fondo di poter condividere con lui qualcosa che ci accomuna, oltre la fatica. Dopo aver valicato il Ciola il tracciato medio ci porta a Montevecchio, un’ascesa corta e nervosa, dove Marco gettava le basi della sua epopea. Pedalando trovi ancora sull’asfalto le scritte in rosa con il suo nome, e anche quella P del suo cognome lunga a sovrastare le prima lettere. A me ricorda la P di Pirelli. Sorrido e pedalo. Pare che i suoi tifosi, un po’ come i volontari francesi che restaurano i tratti di pavé a Roubaix, tornino qui a (ri)pitturare quelle scritte, a rinfrescare le effigi di un mito, a rinnovare le sofferenze di questo Calvario. Perché è questa l’eredità che Marco ha lasciato: il piacere della bicicletta e il senso di conquista. Marco, che all’anagrafe fa Pantani.



 

Riproduzione riservata

 

Tag: amatorigranfondo pantanipantanistoria

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